Poi si volta al signor Zaccarella che le mostra il brano di un giornale in cui è meglio rilevato «lo spettacolo ammirabile, di fermezza, di coraggio, di abnegazione, offerto dalla giovine vedova del ministro, nel lutto improvviso, nel grande dolore che l'ha così fieramente colpita».


Il treno corre via rapidissimo per la campagna romana grave d'afa e d'immobilità, chiara e triste nell'albore diffuso della luna che declina. Tutti i vetri sono calati, eppure non un lieve respiro di brezza tempera la notte arsa. E va il treno attraverso il paesaggio pallido, smorto, tra il sonno malinconico delle alberelle disperse, e la gran veglia spettrale degli acquedotti romani... Da lontano, a intervalli, lustrano, come lamine d'acciaio fuso, sprazzi di mare.

Le due signore, la zia Gioconda e Maria, sole nello scompartimento, sedute l'una in faccia all'altra, pare che evitino studiosamente d'incontrarsi con gli occhi. Ma la vecchia, talora, come riscotendosi da un'assenza del pensiero, si sorprende con lo sguardo sulla giovine. Allora un sorriso scialbo le si abbozza sul volto, poi ancora si volge a contemplare la campagna che fugge, che fugge in tristezza infinita. Un fischio lungo spezza l'aria; la vecchia curva e macera ne rabbrividisce. Ella guarda Maria... tutto il pallore della luna sembra morirle sul viso sbianco attraversato da una riga di capelli, lunga e nera, come una ferita. La vede sussultare nelle spalle così pietosa, così vinta; stende le mani secche e tremanti, stringe, stringe forte la mano di lei e le sussurra:

— Come ti senti?

Maria non la guarda; ha gli occhi fissi nel vuoto. Risponde con la voce che si spegne:

— Male...

Fine.


Opere di Gerolamo Rovetta