Il capitano Zaccarella, a sua volta, ha telefonato all'albergo, fissando camere e salotto per Sua Eccellenza Giacomo D'Orea.
Piove, c'è la nebbia, ma non importa. Ormai per il gongolante signor Trüb il cielo della Tête-pointue è sempre sereno, anzi serenissimo!
— Aspetto un grande personaggio, — racconta gonfiandosi, ai suoi clienti a pensione. — Il ministro delle finanze — nientemeno! — del Regno d'Italia! È il cognato, precisamente, della duchessa D'Orea Moncavallo, che è stata dichiarata la più bella donna di Napoli e di Roma! — In bureau col segretario, continua a fregarsi allegramente le mani:
— Guai se non mi fosse capitata tutta questa baracca, per rimpolpettarmi! — Si ricordi: champagne di dodici franchi, non ce n'è più: finito ieri. Non abbiamo altro che champagne Irroy di diciotto, — anzi lo metta venti. Tanto non spendono del loro. Duchesse e principi, son tutta gente spiantata. Chi paga, sono i D'Orea, antichi salumieri. Hanno fatto i milioni con la mortadella!
— Già, — soggiunge il segretario. — Molini e mortadella. Missis Eyre lo conta a tutti, per vendicarsi dei cani!
— Con quella vecchia, ricordarsi: d'ora in poi, nessuna soddisfazione, nessuna preferenza! Se non può sopportare al terzo piano la «baraonda della servitù» liberissima di andarsene anche subito! Tanto, resta fissato: l'anno venturo per missis Eyre, non ci sono camere!
Sfogato il malumore contro la vecchia cliente, l'albergatore torna a stropicciarsi le mani... Ma la sua gioia, in que' giorni, non è condivisa dalla nobile famiglia italiana.
Maria Cristina interroga sovente, con gli occhi inquieti, quell'oracolo bianco-barbuto del fratello Rosalì:
— Quassù, con noi, anche il... mercante? Che ci viene a fare?
L'oracolo tentenna il capo sospirando. È l'ora dei tristi presagi: