Remigia non vuol parere, ma l'annunzio di tutti i prossimi arrivi, — specialmente quello della sorella, — la rende nervosa.

Balla tutta sera sfrenatamente, gioca al tennis, stancando i più forti campioni di Villars, ma non ha più nessuna paroletta dolce per Totò: lo tiene in riga con occhiate minacciose, e co' suoi sgarbi e malumori ha già fatto piangere due volte, con la conseguenza di terribili emicranie, la povera mademoiselle.

Mimì Carfo, sempre buona e dolce, vorrebbe difendere l'istitutrice; Remigia strapazza anche Mimì:

— Non seccarmi! Io non sono fatta come te, che invece di nervi e sangue, sei tutta pasta reale e sciroppo!... Mademoiselle mi urta a vederla sempre con quella stessa faccia atona, da pan molle!

Co' suoi adoratori, per altro, la Remigia è sempre amabile; anzi, lo diventa di più ogni giorno.

La mattina presto, per allenarsi, gioca al tennis con sir Wood e durante il riposo si fa insegnare a portar la lente nell'occhio. La sera, infila sempre alla cintola i fiori che il Malot raccoglie per lei durante le passeggiate. A Lothar Schmidt, che si picca di letterato, ha già dato il suo album, quello riservato agli amici più simpatici, i prescelti. Lothar Schmidt, vi ha scritto una dichiarazione in versi tedeschi: Remigia, che non sa il tedesco lascia che il poeta gliela traduca in italiano... almeno una volta al giorno e la sera quando c'è la luna e anche quando la luna non c'è! Ma la corte, la vera corte assidua, insistente, chi gliela fa, proprio sul serio, è Marco Danova. L'Idola se l'è sempre lasciata fare, ma dopo la notizia dell'imminente arrivo di sua sorella e di Giacomo D'Orea, sembra voglia spingere le cose in modo da obbligare il Danova ad un'esplicita dichiarazione. Per calmare le inquietudini dei giovinetti e dei giovinotti, ormai tutti pronti a' suoi capricci ella, — quando l'egizio, ben inteso, non è presente, — lo chiama non più re, ma «papà Faraone». Lo imita come dondola passeggiando e come fa la rota, e con la punta dell'alpenstock, sulla ghiaia del giardino o sul terriccio polveroso, ne schizza la caricatura, con due tratti felicissimi e sicuri, della testa a pera, del naso a becco, della pancetta alla Mongolfier.

Ma lui presente, tutt'altra cosa! Il «gran pascià del Nubian» diventa il «baröne, simpaticöne» con tutte le dieresi più risonanti e più tenere: e con la scusa dell'età, in pienissima maturanza, e dei sentimenti paterni, egli gode i privilegi più prelibati. Durante le escursioni, nei passaggi difficili, Remigia gli dà la mano e con la mano si lascia prendere anche il braccio e premere il vitino. Quando — «Oh, mon Dieu! Mon Dieu!» — le si slaccia a mezza strada la stringa di una scarpetta, è sempre il barone che ne rifà il nodo, mentre stringe, sdilinquendosi in cocolezzi, anche il «bel penin... piccinin, piccinin!...»

La sera, tra i vortici del ballo lancia al Danova, che non la perde mai di vista, occhiate languide, tenerissime, che vogliono dire... « — nel mio pensiero ballo con te, baröne, simpaticöne! — »Sta sempre attenta alla faccia del Danova, specialmente quando balla con sir Wood, il ballerino da lei preferito e che le dà più piacere, e, appena la vede rabbuiarsi, interrompe ad un tratto la danza, si stacca dal bel cavaliere e corre a buttarsi ansante sur una poltrona a sdraio, in un angolo appartato della veranda.

— Sono stanca! Stanca! Stanca!... Domando dieci minuti di riposo!