Cì!

La bimba, che le ha presa la mano, tira di forza la signora Eugenia nel salottino dove, sotto il pianoforte, giace distesa la povera Titi senza una gamba e tutta a sbrendoli.

Lulù, fiera della sua Contessa, non vuol più saperne.

— Brutta!... Brutta Titi!

— Oh povera Titi! Povera la mia Titi! — La signora Eugenia con un accento di dolore e di grande commiserazione, raccoglie la vecchia bambola e torna a sedersi accarezzandola, cercando in qualche modo di aggiustarla.

Lulù si ferma ritta, immobile, sempre colla bella Contessa stretta fra le braccia, osservando la signora Eugenia.

— Povera Titi! Povera la mia Titi!... Chissà che dolore non aver più le carezze, non aver più i baci di Lulù!

— Brutta! — Ripete forte la bimba, per vincere col disprezzo l'interno rimorso.

— Brutta perchè Lulù non le vuol più bene!... Ma prenderò io a volerle bene, e tornerà bella. Adesso me la porto con me, vado a comperarle un bel cappellino; con una stoffa tutta a fiori, che ho a casa, le farò un magnifico vestitino nuovo, e quando sarà pulita e ben pettinata, e avrà ancora tutte e due le sue gambine, verremo qui insieme a trovarti e tu ritornerai a volerle bene. Quando dobbiamo venire?

Stacera! — Esclama subito Lulù.