Ed anche per la signora Eugenia, come sono care quelle ore, come lusingano il suo amor proprio! Ci ripensa poi tutto il giorno; inquieta talvolta e agitata. Quelle letture suscitano in lei a primo tratto entusiasmo e ammirazione, ma poi... anche un senso quasi di sbigottimento.

L'antica maestrina ristretta alla vecchia morale ubbidiente e ossequente; la direttrice delle scuole di San Celso, rigida osservante di tutti gli statuti governativi e municipali; l'ospite della domenica alle mense della ricca società milanese, quando sente affermare, di colpo, certe teorie che sconvolgono tutte le sue vecchie idee di doveri, di sommissione, di rassegnazione cristiana e politica, si turba, dà dei piccoli balzi sulla poltrona, guarda or l'uno or l'altro incerta, quasi spaventata... Ma vede l'Olivieri approvare lentamente col capo; scorge nel Roero tanta sincerità, tanta sicurezza!... E quella voce?.... Oh la voce del giovine lettore così calda, insinuante irresistibile! La signora Eugenia, a poco a poco, torna a calmarsi, a lasciarsi vincere e convincere e commossa, accesa in volto, le pupille sfavillanti, s'alza di colpo e corre dal Roero a stringergli la mano:

— Bravo!.... Bravo!.... Oh, come adesso mi fa capire che io non sono mai stata altro che una donnetta! Nient'altro che una piccola donnetta!... — E in questa spontanea, in quest'umile confessione della propria inferiorità, è tutta la devozione e anche tutta la viva e profonda tenerezza del suo cuore. Più tardi, quando ritorna a casa accompagnata dal Roero, che rimane quasi sempre silenzioso perchè ripensa a ciò che ha letto ed alle discussioni coll'Olivieri, la signora Eugenia alza gli occhi, di tanto in tanto, a quel volto che il gran dolore della passione tradita ha fatto così serio e così grave. Lo guarda fisso traendo un sospiro dall'anima, timidamente, con rispetto quasi religioso, non osando dire una parola, temendo di rompere il filo dei pensieri alti, nobili e generosi.

— Buona notte!... A domani, presto! — Le dice il Roero.

— Buona notte, — risponde la signora Eugenia, e poi soggiunge mentre sulla porta si stringono la mano: — Le raccomando; non si stanchi troppo!


Francesco Roero, appena è entrato nello studio ed ha liberata da un mucchio di giornali la solita poltroncina, sulla quale va a sedersi la signora Eugenia, si rivolge all'Olivieri:

— Sai di che si tratta, non è vero? Quel poco che è comparso del mio romanzo ha dato, forse, qualche illusione sul mio io, a molta gente che non mi conosce bene. Mi s'invita, — continua guardando anche la signora Eugenia — ad assumere tutti gli obblighi e i doveri di una grande organizzazione di classe che si va formando in Milano e ch'io sono certissimo, fra non molto, avrà soverchiato e spazzato via tutte le antiche società e confederazioni operaie, così come le ferrovie, «il bello e orribile mostro,» hanno mandato al diavolo berline e diligenze! Orbene, vi confesso, a tutta prima l'offerta mi ha sedotto: creare in piccolo, in Lombardia, ciò che... non saprei, Lassalle e Marx sono riusciti a fare in Germania, può dare un po' alla testa. E anche dopo aver meditato io non penso di tirarmi indietro, nè per poltronaggine, nè per paura. Niente affatto! Penso, invece, che bisogna prima metterci ben d'accordo con un patto di ferro fra me e coloro che dicono di aver fiducia in me. E il patto da parte mia è qui, in ciò che ho meditato in questi giorni e che ho scritto in questa lettera. Senti un po', ma rifletti bene; e ascolti anche lei, signora Eugenia. È il mio programma politico, perchè quello che mi si offre e mi si domanda è assai più grave di una candidatura... della deputazione! E tutto me stesso, è la mia anima e la mia mente da consacrare ad una grande causa, non soltanto ad un piccolo partito.

— Sentiamo! Esclama vivamente l'Olivieri.

La signora Eugenia, gli occhi intenti sulla lettera, non fiata nemmeno.