Milano, 29 aprile 1883.
Amici carissimi;
Grazie d'aver pensato a me. Voi lavorate per ottenere quel benessere materiale cui avete diritto e nel quale potrete giungere al miglioramento morale di cui avete il dovere.
Su questa via io posso e voglio essere tutto con voi; lo sarei se un giorno aveste bisogno anche del mio braccio e del mio sangue. Ma intendiamoci chiaramente: io non credo che nella prosperità e neppure nella libertà si riassuma tutto il bene verso cui l'uomo procede.
Prosperità e libertà sono talvolta una parte di quel vero bene che si chiama giustizia, e talvolta sono i mezzi per raggiungerlo.
È soltanto a questo ideale di giustizia ch'io sento di poter interamente votarmi, perchè nella giustizia è l'essenza d'ogni sociale equilibrio, perchè un giorno solo d'ingiustizia ci risospinge di secoli verso l'errore, la violenza e la barbarie.
Ora le organizzazioni politiche, i partiti, come suol dirsi, per necessità di vita, per tattica di guerra, per opportunità di propaganda, talvolta inconsciamente, tal'altra di proposito, sacrificano il concetto ed anche la pratica della giustizia.
Se io, dunque, fossi adesso con voi, potrei essere un giorno contro di voi, milite di quella altissima fede. Nell'idea, dunque, e nel lavoro, ma fuori del partito, così quale sono, mente e cuore, operoso, ma libero, se mi volete, son qui. Comunque, a voi la certezza di una parola franca, a me l'orgoglio di aver avuto l'occasione di poterle dire, ed anche la soddisfazione di non aver esitato nel dirla.
Francesco Roero.
— E così?... Dunque?... Che cosa te ne pare? — Questa volta il Roero dimentica affatto la signora Eugenia, più che mai in estasi, e si avvicina inquieto all'avvocato. — Dimmi francamente: Non ti persuade? Non ti va?