Sono giunti in piazza del Duomo: Francesco vede passare un brum e fa una corsa per fermarlo.
— Brum! Brum!...
L'altro afferra Francesco per il polso: non ride più, la sua faccia è pallida, costernata:
— Si tratta del mio onore!... Roero! Roero!.. Hai ragione!... Sono leggero, troppo impetuoso, matto, ho avuto torto; ma adesso si tratta del mio onore. È troppo tardi, ormai! Alle sette e mezzo bisogna essere al Caffè dell'Accademia. E adesso, a quest'ora, chi potrei trovare? Sono tornato dall'America da quindici giorni! Ancora non conosco nessuno su cui poter contare, e ho già tanti nemici! E poi un altro come te, stimato come te, dove lo trovo? E si tratta del mio onore! Si tratta del mio onore!
Francesco è già con un piede sul montatoio del brum, ma gli manca il coraggio di salire e di andarsene:
— T'ho detto che non posso, che ho un impegno per stasera.
— Non hai altro che da passare dall'Accademia, e ti sbrighi in un attimo. Io accetto tutte le condizioni del mio avversario: anche quella, se vuole, di battermi in frac.
L'amico Nespola è sicuro ormai che il Roero non gli scappa più e torna a ridere spensieratamente.
In fatti Francesco fa cenno al brumista di aspettare un momento e torna vicino al suo terribile seccatore: lo manda al diavolo assai cordialmente, ma pensa anche, in cuor suo, che non può abbandonarlo.
Certi amici sono come le malattie: capitano quando vogliono, e si può soltanto sperare che passino presto!