PARTE PRIMA
LULÙ
I.
Segantini e Favretto.
Francesco Roero, dietro l'uscio socchiuso del suo piccolo appartamento a terreno di via Principe Amedeo aspetta ansioso, in palpiti, da quasi un'ora:
— Nemmeno oggi?.... Che anche oggi abbia detto di sì, per calmarmi, per lusingarmi, per mandarmi via?... Che non venga proprio nemmeno oggi?
Aspetta ancora un bel pezzo, sempre ritto, immobile, colla fronte appoggiata a un de' battenti, l'orecchio teso, trattenendo il respiro, aspettando, sperando udire da un momento all'altro un fruscio di vesti particolare, un noto tic-tac di passettini veloci.
— No! Niente!... Anche stavolta me l'ha data ad intendere! — Strappa l'orologio, con ira, dal taschino della sottoveste e si scosta dall'uscio per vedere l'ora al chiaro, in mezzo all'anticamera già illuminata discretamente da una lampada rosea.
— Le sei!... Son quasi le sei e mi aveva promesso di venir subito, dopo le cinque!... Non vien più! Ormai è sicurissimo, non vien più! Le sei!... È già scuro!... È già notte! — Pestando i piedi e borbottando furioso tra denti: — Uff!... Maledettissima civetta!
La civetta maledettissima, tanto amata alle cinque, tanto odiata alle sei è «la Fáni» come la chiamano semplicemente le signore del bel mondo e anche, fra di loro, in confidenza, gli amici più intimi e più martirizzati.
Fáni, Stefania. La baronessa Stefania d'Eichelbourg, negli Arcolei. Padre tedesco; madre milanese. Concepita nella Selva Nera e nata in Piano d'Erba. Però, nell'incrocio, tutti i caratteri più spiccati e più opposti delle due razze. Bionda e nervosa; sentimentale, voce languida e salute di ferro. Alta, forte, spalle magnifiche e piedini sottili, maravigliosi. Una carnagione infantile, dalle tenue sfumature rosee più delicate e attorno al labbruzzo tumidetto e mobile, l'espressione virile, il disegno dorato dei piccoli baffettini.