Francesco, sempre più pallido, balbetta sempre più forte:
— Perdono! Vi supplico!... Vi domando perdono, adorandovi umilmente, come una regina... Adorandovi in ginocchio, come una santa... come la mia santa.
La voce tremante dell'innamorato, quella pronta sommissione, quella parola «santa» acquietano la bella baronessa. Da buona moglie ella segue i principî del marito clericaleggiante, don Giulio Arcolei: ed è persino accusata, d'essere un po' bigotta.
Un istante di silenzio: Stefania si volta, si scosta dall'uscio, si avvicina d'un passo a Francesco:
— Voi, signor Roero, mi avete dato una lezione...
— No, ma no!
— La lezione che mi merito, per essermi troppo fidata di voi, della vostra parola, delle vostre promesse, dei vostri giuramenti più sacri! Colpa mia, colpa mia! — Levando i begli occhi al cielo con un sospiro doloroso: — Ma vi credevo tanto mio amico!... Il solo in cui credevo, in cui mi fidavo. — La voce di Stefania ha una velatura di lacrime; ella non comanda più; ella prega a sua volta.
— Aprite, siate buono; lasciatemi andar via! E... non vediamoci più! Non dobbiamo vederci mai più!... Vi perdono! Ho già detto è colpa mia, tutta colpa mia; voi non avete fatto altro che darmi la lezione che mi son meritata!... Adesso, ai vostri occhi... — Stefania ha un singulto e si copre il viso colle due mani: — Dio, Dio, che vergogna!
Francesco l'osserva bene... esita un istante, poi si avvicina, continuando ad osservarla e pensando fra sè:
— O non è andata tanto in collera come credevo, la collera comincia a passare.