— Cattiva, Titi? — Domanda la bimba sorridendo.
— Cattivissima! — Risponde il Roero.
Lulù guarda la bambola, la stringe di nuovo contro il petto, e chinando la testolina, solleva coll'altra mano i capelli e offre ancora al giovinotto il collino da baciare. Poi quando ha ricevuto il bacio, dà la solita scrollatina ai capelli, guarda Titi, guarda il giovinotto, e torna a sorridere: ha vinto lei, e s'è rappacificata con tutt'e due!
Che fare?... Bisogna aspettare l'Olivieri. Chi sa che l'Olivieri non le sia simpatico...
— Mi consiglierà!... Vedremo insieme che cosa si potrà fare... combinare...
Francesco siede sul canapè, e Lulù, sforzandosi colle braccia e colle gambine, si arrampica sui cuscini e gli siede accanto, vicinissimo.
Quell'attaccamento della bambina, così improvviso e così forte, finisce però col commuovere il Roero e anche, quasi, col lusingarlo, per quanto gli renda impossibile in quel momento di correre da Stefania.
— Andrò più tardi... e forse è meglio. Meglio così!
Rivede Stefania come l'ha veduta quella mattina sul corso, tra l'Estensi e il Faraggiola, e sente ridestarsi in cuor suo, contro «quella civetta», un impeto d'ira e di gelosia.
— Meglio così!... Vedrà che non può fare di me tutto ciò che vuole!... Capirà che io non sono senza fierezza, senza dignità, come quelle due marmotte! No! No! Deve chiamarmi ancora molte volte! Deve aspettarmi ancora per un pezzo!