Veronica (spinge Giordano nella cucina: chiude l'uscio, rimane qualche momento sola con Tancredi, poi torna da Giordano: piano) È ancora troppo presto: bisogna lasciare che si calmi. Poi lasci fare a me. So che cosa devo dire. Gridavano tanto che ho sentito tutto. Lei, adesso, vada all'albergo. È alla Stella d'oro? Va bene. Più tardi glielo mando io, il signor Tancredi, o le faccio sapere qualche cosa. Aspetti un momento! (E la Veronica corre a prendere una spazzola, e pulisce dalla polvere il cappello e i vestiti del suo Nano, come faceva quand'era ragazzo, prima di mandarlo a scuola). Mi deve promettere però...

— Che cosa?

— Una volta che l'ha sposata, quella sua signorina di Milano... di farle buona compagnia. Pensi alla sua povera mamma. È morta giovane; e lo so io di che male. È morta di lacrime, la poveretta!


L'arrabbiarsi non toglie l'appetito a Giordano Mari, e le ultime parole della Veronica sono state per lui un buon cordiale. Ha fatto onore, dunque, al pranzo della Stella d'oro: poi, preso il caffè, ha speso un'altra mezz'oretta fumando, centellinando il cognac, immollando nel bicchierino tutti i pezzetti di zucchero che gli sono rimasti. Ma poi, a poco a poco, è tornato inquieto, e non può più star fermo. È ormai notte; si alza e va a girare in piazza, tenendo sempre d'occhio il portone dell'albergo.

Non viene nessuno.

— Come mai? Che anche Veronica non abbia ottenuto nulla?

— Addio, Nano! — È Tancredi che lo ferma, sbucando ad un tratto fra le colonne dei portici.

— Buona sera.

— Sono stato dal Finardi. Ho parlato del matrimonio: riuscirò a persuaderli. Rinnovazione a sei mesi: ci metteremo d'accordo per la regalìa. Li ho persuasi che, protestando adesso, non c'è più niente da sperare; mentre, aspettando, possono fare un buon affare, oltre al ricevere i loro quattrini. Domani fisseremo tutto. Dammi, intanto, le lettere.