— Che lettere?

— Le lettere della ragazza.

— Perchè?

— Le voglio io, come documento. Se le tue sono cabale... io voglio aver tanto in mano da giustificarmi con quella gente. Non ti persuade? Allora a monte e buona sera.

Giordano Mari (fermando Tancredi che fa per allontanarsi) Aspetta! Un momento! Ti darò una copia.

— Bravo! Per farmi dare anche del minchione.

Giordano Mari (impallidisce di nuovo. Guarda, fissa suo fratello) Mi devi giurare che queste lettere non usciranno mai dalle tue mani. A questa sola condizione...

Tancredi (interrompendolo) Le condizioni le metto io, che ti faccio rinnovar le cambiali; e non ne ricevo. C'è poco da scegliere; o dammi le lettere, o niente di fatto!

XVI. Emma!... Povera Emma!...

Giordano Mari, quella sera stessa, dopo lasciato Tancredi, tanto per fare ancora quattro passi e finire lo zigaro, torna alla posta. Non ci sono lettere. Ne trova, invece, due, la mattina dopo. Sorride contento, guardandole a lungo, accarezzando coll'occhio amoroso, commosso, il bel caratterino lungo, sottile, preciso. Si caccia in una via remota, per non essere disturbato dalla gente, le apre e le legge per ordine di data.