III. Alla Minerva.

Gli sposi, la sera del loro arrivo a Roma, non possono veder lo zio, impegnato col presidente del Consiglio: gli fanno un'improvvisata al Ministero, la mattina dopo.

S. E. Albertoni (sciogliendosi dall'espansivo e straordinario abbraccio di Giordano, per guardar la nipote) Tu?... Saresti proprio tu?... La piccola e impertinentissima Emma, colle dita sempre sporche d'inchiostro?

Emma. Non è vero... Guarda (gli mette sotto il naso due ditini affusolati e profumati che il galante ministro non può a meno di baciare, odorandoli come un fiore).

— Sei diventata più grande e più... (ammirandola in tutto il complesso) e più, diremo col nostro grande Manzoni, ma-es-tosa! Quella bellezza morbida a un tempo e maestosa che brilla nel bel sangue lombardo!

S. E Albertoni, entrato nel Ministero per «l'equilibrio regionale» e per il giuoco e il passaggio dei portafogli capitato alla Istruzione, mentre forse si sarebbe trovato meno peggio all'Agricoltura, sperava ancora di cavarsela bene a furia di citar Manzoni a orecchio.

Giordano (tutto zucchero candito) Ma intanto non vi siete ancora abbracciati.

Sua Eccellenza (con qualche esitazione, a Giordano) Dunque... si può?

Giordano (lasciandosi trasportare: con troppa enfasi) Ma sempre! Quanto vuoi!

Sua Eccellenza, subito, abbraccia Emma con molto entusiasmo.