— Sì.

— Non hai bisogno di niente? (Indicandole una piccola valigietta nella reticella) Vuoi una menta? Un cioccolatino?

— No.

— Un grano di zucchero, immollato in un dito di cognac?

— No, grazie.

Un altro momento di silenzio, poi un grosso sospiro di Giordano che finisce in uno sbadiglio.

— A Roma, avrò molto da fare. Aspetterò magari anche un paio di settimane; ma darò la seconda conferenza del mio ciclo. Il difficile sta nel ricominciare. Ho lavorato tanto, e avrei bisogno, adesso, lo sento... (Un altro mezzo sbadiglio) di riposarmi un paio di mesi; anche tutto l'inverno. Non sai quanto mi è costato l'Ambrogio?... E il lavoro logora... esaurisce. (Emma gli ha posato la testina sul petto: Giordano resta troppo incomodo per dormire) Non si arriva a Roma che alle otto. Non ti senti voglia di riposare una mezz'oretta?

Emma. Riposo qui.

Giordano. Ma qui, cara, non sei comoda. Aspetta... (Tirandola su; sorridendo) Aspetta e lasciami fare. Vedrai come starai bene. Farai una dormitina deliziosa. Così. Poi, a Roma, non sarai stanca. Andremo fuori a pranzare, a passeggiare. (Mentre parla, ha quasi portato Emma in un angolo del vagone. L'ha distesa sul sedile: le ha messo un piccolo cuscino sotto la testa: poi torna al suo posto, si accomoda, distende le gambe e subito si addormenta: dopo un momento gli cade la testa sul petto e comincia a russare colla bocca storta, la faccia stanca, livida).

Emma, coi grandi occhi spalancati, lo guarda senza muoversi; le par d'essere sola sola in quel vagone che corre traballando, attraversando paesi a lei sconosciuti, così melanconici e foschi, in quell'ora del tramonto.