Giordano. Sono stufo di smorfie, di leziosaggini; di trovarmi tra i piedi una bambola, una bébé! Hai passato i vent'anni, sei una donna, viva Dio!... Finiscila di essere ridicola!
Emma (scoppiando in lacrime) Scusa... scusa... ti domando scusa!
Il treno arriva a Teano: si ferma un momento, poi riparte subito. Giordano Mari intanto si è calmato: guarda Emma, che continua a piangere: è pentito, è dolente, le stende la mano:
— Facciamo la pace?...
Emma (balbettando più forte, perchè si sforza per trattenere le lacrime) Scusami... tanto... tanto.
Giordano. Ma no, cara; anzi, sono io che ho avuto torto. Ho avuto uno dei miei impeti nervosi. Ti prego, se mi vuoi bene, non piangere più. Vieni invece a darmi un bacio.
Emma corre, ma quando si sente stretta fra le braccia di suo marito ha un altro scoppio di lacrime.
Giordano (accarezzandola, baciandole i capelli) Perdonami; sono io che ti domando perdono. La colpa di tutto è che tu... sei tanto più giovane di me. Io, per altro, sotto questo punto, non ho rimorsi. Te l'ho detto... a suo tempo. Non sto bene: mi sento nervoso; la conferenza di ieri mi ha stancato molto; per questo sono facilmente irritabile, irascibile. Ma poi mi passa subito, e finisce sempre che chi ne soffre di più sono io. Asciugati le lacrime, adesso; ridi; così; brava! Se lo zio, si sa mai, ci fosse venuto incontro e ti trovasse cogli occhi rossi, chissà che cosa mai potrebbe credere. Mi vuoi bene?
— Sì.
— Ancora come prima?