— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate Emma a pranzo!
Emma (rivoltandosi furente verso il numero 30) Io fuori, a pranzo, non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non sono più un baby da condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio! Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!
Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la sera.
Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine. Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.
— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!
— No.
— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche a colazione!
— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che tiene in mano.
La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:
— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.