Emma (forte) Non ti ho detto che mi ha scritto il fattore.

— Quello dell'Argentera?

— Sì, il signor Formenti. È arrivata tutta la tua roba da Padova, e tutto il mobiglio nuovo per le nostre due camere e il tuo piccolo studio del primo piano.

Giordano Mari, per allontanare da Emma ogni idea di recarsi a Padova, le aveva detto di essere in rotta con suo fratello, e ormai in modo irreconciliabile, per molte ragioni di interesse e sopra tutto di decoro. La «sua roba» erano poi le casse dei suoi libri ed alcuni oggetti che gli appartenevano, ancora per l'eredità di sua madre: erano gli abiti e la biancheria che lo avevano raggiunto a Padova l'ultima volta che c'era stato. Tutta roba che allora, per non farsela correr dietro, aveva lasciato in deposito alla Veronica, e che poi, già da tempo, aveva scritto a Tancredi di fargli recapitare, in porto assegnato, all'Argentera.

Giordano. Benissimo! La mia roba, i miei libri! I miei libri andranno tutti nel mio studio del primo piano, vicino alla mia camera da letto.

Si bussa all'uscio: chiamano la Carolina, che va fuori, a vedere.

Giordano (appena uscita la cameriera, avvicinandosi vivamente a sua moglie) È in collera, dunque?... Lo zio è andato via in collera?

Emma. Non so; non credo; ma appunto, perchè io sono stufa e per evitare possibili dispiaceri... ti dirò poi una mia idea.

— Quale? Che idea? Sentiamo.

— Tu resti a Roma per la tua conferenza, poi vai a Bologna per la tua lezione, ed io, intanto, vado avanti sola, per due o tre giorni, all'Argentera; metto tutto a posto, la tua roba e la mia, il tuo studio e le nostre camere, e poi, quando sei libero, vieni a prendermi e si passa un po' di tempo a Milano, com'è già stato fissato, tutti insieme, col babbo e la mamma.