— Ha detto il signor dottore che da un paio di giorni è quasi senza febbre e che oggi potrà alzarsi per un'oretta o due.
— Dio, Dio, vi ringrazio! — esclama Emma con un gran sospiro di sollievo. Pensa che il babbo, e specialmente la marchesa Gonzales e il Barbarani devono, certo, aver esagerato colle loro previsioni. — Hanno esagerato, certamente!
In quella mattina piena di sole, col cielo così limpido e le montagne così chiare, nitide, vicine vicine, essa ritrova l'Argentera cara dei suoi ricordi, il nido amoroso, avventuroso, di tutte le sue gioie.
— Ho un baby mio, tutto mio, il mio sangue, il mio respiro, le mie viscere, fatto da me!... Fatto da me!
Scrive una lettera lunga lunga a Giordano. Una lettera con tutto il racconto del suo viaggio, delle notizie ultime del caffè Cova; colle descrizioni e le impressioni dell'Argentera. Una lettera affettuosa e birichina in cui ogni parola, ogni scherzo è una carezza, è l'invito, la preghiera, lo stimolo di venir presto, e di venir subito. Chiude nella lettera un piccolo ramettino di lillà e nel far l'indirizzo, ripensandoci, con una delle sue astuzie di donna innamorata, invia la lettera a Bologna, sperando così di farlo partire più presto da Roma e, in pari tempo, gli manda un telegramma all'Albergo Milano:
«Ho scritto Bologna: fa presto. Ti aspettiamo.
Emma.»
Poi va di nuovo in cerca del fattore; non si fida altro che del fattore, quando vuol essere ben sicura per la posta. Gli consegna la lettera e il telegramma e gli parla del cane da caccia come gli aveva raccomandato suo marito.
— E la signora Giovanna?... Oh, ecco, appunto, la buona signora Giovanna!... — Ed Emma saluta allegramente, con affabilità ed espansione cordiale la timida fattoressa che non ha osato presentarsi la sera innanzi per paura d'incomodare la signora padrona, e fa molte feste a tutta la nidiata dei figlioletti grandi e piccini; ma specialmente all'Emmina che bacia, ribacia, che si stringe fra le braccia con trasporto:
— Com'è bellina! Com'è carina!... Tesoro! Adesso, quanto ha?...