Tancredi.»
«PS. — Raccomando di essere puntuale anche alla prossima scadenza e di pagare un altro buon acconto a scanso di dispiaceri».
Emma non dice una parola, non fa un gesto, rimane immobile e muta, con le ciglia aggrottate, mentre la ruga in mezzo alla fronte diventa sempre più profonda a mano a mano ch'essa, nel disordine, nel turbamento delle sue idee, del suo cervello, riesce ad afferrare la verità, a indovinare, a capire tutto, tutto, tutto!
«... senza bisogno di garanzia o pegno, e perciò ti rimando le lettere di tua moglie».
A un tratto, sente camminare nel corridoio; dà un grido e si precipita contro l'uscio chiudendolo a chiave; ma in quell'urto, in quell'impeto, in quell'impressione di spavento, ha esaurito tutte le sue forze e si appoggia, cade quasi contro l'uscio, affranta, mezzo svenuta.
— Signora, signora! (È la voce del servitore). Signora, signora padrona!
— Cosa c'è?
— Un telegramma.
Emma aspetta ancora qualche momento. Poi apre l'uscio, prende il telegramma e torna a rinchiudersi a chiave nello studio. È di nuovo sola in quella stanza e torna a guardarsi attorno smarrita, perduta: — È vero?.. È proprio vero?.. È proprio vero?..