Emma. So! So! La conferenza Sant'Ambrogio e Marcellina! Rubata! Rubata a Carlo!... Sì, sì!... Ma ciò che importa?... Niente. Ha approfittato, abusato della bontà, della confidenza di un amico! Non è che un'indelicatezza! (Con un riso stridulo, amaro) Sai che cosa ha fatto di più?... Vuoi sapere che cosa ha fatto? Ha dato in pegno le mie lettere, le mie prime lettere, comprendi?... La mia anima, il mio pudore e il mio onore — il mio onore, perchè non ero ancora sua moglie! — ha dato in pegno le mie lettere a Padova, a suo fratello, alla sua serva, ai suoi usurai, per avere del danaro, per... per certe cambiali, perchè era pieno di debiti!

Il dottore (agitato, ansante, per la forte commozione) Cioè? Spiegati!... Le tue lettere?... In pegno!

Emma (ridendo più forte) Ah! Ah! Non capisci!... Tu non arrivi nemmeno a capire tanta infamia. E anch'io, sai? Anche per me c'è voluto del tempo, molto tempo. Ho dovuto studiare, pensare, indovinare. E ho dovuto guardar la faccia, la vera faccia di quell'uomo, e tornare indietro, e ricordarmi tutte le sue parole, tutte le sue cattiverie, giorno per giorno, ora per ora, e vederlo — finalmente! — vederlo a occhi aperti, non come lo avevo pensato, creduto, immaginato col mio cuore, colla mia fantasia, io stupida, io cieca, io innamorata, io pazza, ma come era lui veramente, realmente, lui, lui, falso, egoista, vano, volgare! E quasi non si dava nemmeno la pena di mentire, d'ingannarmi! Era sicuro. Sapeva che io era una stupida. Che mi ingannavo da me stessa. Oh, c'è voluto del tempo! Tanto tempo! E c'è voluto che le avessi io nelle mie mani, quelle lettere, quelle cambiali di suo fratello! Oh, anche a te, sì, sì, farò leggere! Farò vedere tutto anche a te!

Il dottore. Sì, ma intanto... calmati. Cerca di calmarti.

Emma (con uno scoppio di risa e di lacrime) E io lo credevo geloso di Carlo! Invidia! vanità! Sì, perchè quell'uomo non ha che la vanità, soltanto la vanità, di vero, di forte, di grande, di sensibile. Geloso? Guarda un po' se era geloso di mio zio? Per il suo interesse, per i suoi trionfi, per la sua cattedra, per un articolo di giornale, mi avrebbe buttato in braccio a mio zio! In braccio a tutta Roma!

Il dottore (scandolezzato, imponendole colle mani di tacere) Da brava! Da brava! Non voglio sentirle certe esagerazioni!

Emma. E le mie lettere? Le mie lettere non le ha fatte correre fra le mani di tutta quella gentaglia di Padova? E non c'ero io — tutta io! — nelle mie lettere? Ti ricordi quei giorni? Io diventavo matta di amore, di dolore, di angoscia. Ti ricordi quei giorni? In collera col babbo, in collera colla mamma, in collera anche con te! Sai com'ero ammalata? Ti ricordi? Eppure, di notte, disfatta dal male, dalla febbre, gli volevo scrivere — almeno una parola, un bacio! — e mi sforzavo di parer lieta per non impressionarlo, per non spaventarlo! Ebbene, sono quelle mie lettere piene d'amore, di passione, di abbandono, sono quelle parole, sono i miei baci, ch'egli ha venduto, ch'egli ha dato in pegno a suo fratello, ai suoi creditori, ai suoi usurai! È il mio pudore, sì, il mio pudore, me stessa, tutta me stessa, io, come sono, svestita anima e corpo, ch'egli ha buttata in braccio a tutta quella gente!

Il dottore (tremante, diventato in viso quasi terreo, con due solchi sotto gli occhi, profondi, lucenti) Calmati! Calmati! Per amor del cielo! Se mi par di comprendere, se è proprio vero, hai tutte le ragioni; ma vuoi anche ammalarti?

Emma (rossa di fuoco, stravolta in viso, ma senza una lacrima) Senti, ascoltami. Al primo colpo, è stato tale il disinganno, il dolore, la vergogna — più di tutto la vergogna — che volevo uccidermi, buttarmi dalla finestra! Sì, sì, è vero, te lo giuro! Poi — non voglio farmi diversa da quella che sono — non è stato il pensiero della mia famiglia che mi ha trattenuta, nè della condizione in cui mi trovo; ma è stato l'odio, la febbre, la smania di buttargli in faccia le mie lettere, la lettera di suo fratello, tutto, tutto quanto! Una smania, la smania prepotente del mio orgoglio, delle mie fibre, del mio pudore, di fargli vedere — proprio vedere! — che non lo amo più, più, più; che mi fa ribrezzo, ribrezzo, nient'altro! Poi... sono corsa da Carlo. Volevo vendicarmi, volevo morire, ma a un tratto ho perduto tutte le forze, ho sentito un gran bisogno di piangere e sono corsa da Carlo. Erano tante tante ore che diventavo matta perchè non potevo piangere! Avevo bisogno di vedere qualcheduno, di sfogarmi con qualcheduno... Da chi potevo andare? Dalla mamma, no. Era stata contraria al mio matrimonio, e avrebbe creduto di consolarmi vantandosi di aver sempre ragione. Dal babbo? Povero babbo! Lo avrei addolorato e non sarebbe stato capace di aiutarmi. Tu non c'eri e sono corsa a Val d'Olona! (Afferrandogli tutte e due le mani e fissandolo con un impeto di disperazione) Salvami Carlo, sai! Adesso devi salvarlo! Non voglio anche il rimorso di aver fatto morir Carlo per quell'uomo!

Il dottore. Carlo... Vedremo! (Accomodandole lo scialle sulle spalle e attorno al collo) Ma tu, intanto, non devi pigliar freddo. Invece procura di calmarti. È un fatto così inaspettato, straordinario. Così, su due piedi, non si saprebbe nemmeno che consiglio dare. Mi farai vedere — vero? — anche questa lettera del fratello? Insomma, io ho bisogno ancora di precisare le idee! Pensa per altro, da brava, pensa che, nel tuo stato presente, non hai il diritto di farti del male! È un caso di coscienza.