E il nobile Barbarani era davvero molto contento. Ormai, per le leggi dell'etichetta, era la marchesa che doveva presentare Giordano Mari a quel lunatico impetuoso del Borghetti.
Carlo Borghetti (alzandosi e offrendo alla marchesa, con un inchino, un biglietto di banca) Se permette, marchesa... il mio debito.
La marchesa (mostrando le cento lire a Giordano Mari e poi chiudendole nel portamonete colle dita tremanti e con un lampo di gioia ingorda negli occhi spelati) Sono... per i miei poveri. (Trattenendo Carlo Borghetti mentre le dà la mano e fa per andarsene, e presentandolo) L'architetto Carlo Borghetti: Giordano Mari.
Giordano Mari (Un grande inchino, e tutti i soliti complimenti: molto espansivo. L'altro risponde appena senza guardarlo, occupandosi solo della sua mano che gli si è un po' sfasciata).
La marchesa. Soffrite?
— No.
Barbarani. Dovresti farti fasciare di nuovo e un po' meglio col taffetà, dal dottor Speranza.
— No.
La marchesa (che ha sempre bisogno di muoversi per quella sete che la brucia viva, ma non la dimagra: alzandosi adagio, appoggiando le mani al tavolino, soffiando e sbuffando; due minuti per ripigliar fiato; poi, accettando il braccio del Barbarani, e avviandosi con un po' di ondulamento) Andiamo in cerca del dottore (si sentono gli accordi al pianoforte) Sst! (ascolta un momento) il Falstaff!... Andiamo a farci vedere nel salone, da Venceslao. È troppo buono; non merita dispiaceri.
Giordano Mari, per lasciar passare tutta la magnifica marchesa col Barbarani, resta indietro, vicino a Carlo Borghetti.