Carlo (sforzandosi per sorridere, per scherzare) Non è necessario amputarmi la mano, proprio stasera!... Il tuo dottore potrà aspettare fino a domani!

Emma (osservandolo) Ti sforzi per scherzare, ma devi soffrir molto. Sì, perchè sei pallidissimo. (Gli tocca la fronte) Dio mio, come bruci!... E hai gli occhi rossi, gonfi! Si direbbe persino che hai pianto! E poi ti sei nascosto quaggiù, solo solo, vuol dire che la tua mano ti fa soffrire. Forse avrai anche un po' di febbre...

Carlo. Ma no!

Emma. Lasciami vedere. Voglio vedere!... Almeno ti fascierò un po' meglio. Un po' più stretto. (Gli prendo la mano, gliela sfascia lentamente, e lentamente ricomincia a fasciarla di nuovo).

Carlo (Sta lì, proprio lì, sotto le sue labbra, quella testina cara e adorata... tanto cara e adorata e tanto bella! La fissa cogli occhi imbambolati, mentre quei due o tre bicchieri di vino bevuto, senza esserci avvezzo, gli ronzano nel cervello. Ad un tratto, barcollando, si china, quasi per baciarla, per toccarla colle labbra... ma non la tocca; si tira su: è ancora più stravolto: fra sè, confusamente, sentendo la vocetta del Barbarani ripetere ciò che aveva detto a pranzo: «Le ragazze oneste non amano altro che il matrimonio... La ragazza gli piace? Avanti!... La sua brava domanda e il suo bravo matrimonio...»: forte) Emma!

Emma (spaventata) Ti ho fatto male?

Carlo. No...

Emma. Allora, lasciami fare. (E colla ingenuità spensierata di una fanciulla semplice, sincera... innamorata di un altro, essa gli sfiora il naso, coi suoi bei capelli fini e odorosi, attortigliati in una massa pesante sulla nuca: gli si fa vicina vicina, quasi addosso, avvolgendolo col suo stesso profumo, col suo stesso calore, rivelandogli inconsapevolmente, coi suoi atti, colle sue movenze graziose e serpentine, l'incanto della sua bellezza giovane e fresca) Così... così... Ecco; così va bene!

Carlo (a un tratto: rauco) Emma... Vuoi... volete sposarmi?

Emma (lo guarda: scoppia in una risata) Sì! Altro!... Quando vuoi!