Giordano Mari (afferrandogli tutte e due le mani) Fatemi partire... (scotendolo) Fatemi partir subito da Milano.
Carlo Borghetti (rimettendosi: fissandolo a sua volta) Tutto ciò che vi occorre, è vostro: ma non per farvi partire: restate.
Giordano Mari. Quando posso venire? Quando mi volete? Oggi? (coll'aria di esser lui che compie un sacrificio e insieme un atto generoso) Voglio oggi. Dopo colazione? Al tocco? (si ricorda del suo appuntamento con Fanny, e non lo vuol perdere, tanto più che — non si sa mai! — potrebbe essere anche l'ultimo) No; dopo colazione non posso. Mi devo trovare all'Archivio di Stato. (Tirando il colpo) E adesso? Un momentino? (Prendendolo sotto il braccio, stringendolo con effusione, guardandolo sorridendo) Un momentino?... Adesso?... Sì?... I nostri studii prediletti!... Sono la nostra forza! Il nostro conforto! La vita; la vita nuova! Dopo una cattiva notte, ricominciamo una buona giornata! (Tenendolo sempre stretto affettuosamente sotto il braccio, indicando appunto dove immagina sia lo studio del Borghetti, quasi coll'invito, col molle atteggiamento di una cocotte) Là?...
Carlo Borghetti. Mi promettete prima di non partire? Resterete a Milano?
Giordano Mari (baciandolo sulla fronte) Quanto sei buono, grandemente buono!
XII. Sant'Ambrogio.
Carlo Borghetti e Giordano Mari entrano nello studio ancora buio. Carlo Borghetti apre la finestra: è uno studio severo, raccolto: le pareti ricoperte da alte e ricche librerie, ornate dall'ingorda biscia viscontea, e in perfetto stile coi mobili severi, massicci, coperti di pelle a fregi istoriati. Non una penna, non un foglio di carta fuori di posto: fuori di posto, in quel luogo, in quel momento, sono quei due uomini dai frak polverosi, colle cravatte a sghembo, e sulle cui faccie stanche, smunte, giallognole, stride la purezza della luce mattutina.
Giordano Mari. Quanto ordine in questo studio! Chi direbbe che è l'officina di uno dei nostri più instancabili lavoratori?
Carlo Borghetti. Non è lo studio dell'architetto; qui non ricevo i clienti. È il mio studio particolare, in cui non entra, e raramente, altro che qualche amico.
Giordano Mari (pronto, accettando per sè quell'«amico») Non abuserò.