Carlo Borghetti cerca fra il mazzo delle chiavette; va ad aprire lo sportello d'uno degli armadioli, che formano il ripiano, tutto all'ingiro, sotto gli scaffali dei libri, e ne leva una lunga cassetta, anche questa pur chiusa a chiave, e la porta di peso sulla scrivania.

Giordano Mari (seguendolo sempre coll'occhio: sempre in ammirazione) Sei maraviglioso! Come hai tutto a posto: le tue carte in pieno ordine, raccolte ne' loro cassetti, come le idee nella testa. Bravo!

Carlo Borghetti (aprendo e sollevando il coperchio della cassetta) Sono un pedante. Il disordine, la confusione in chi lavora... è un perditempo.

Giordano Mari. Anch'io sono come te. (Lanciando un'occhiata rapida sui molti fascicoli e sui pacchetti di cartelle, allineati, legati ad uno ad uno, numerizzati, che riempiono tutta la cassetta: con una certa monelleria soddisfatta) Ed ecco — non è vero? — gran parte di ciò che rimane dello spirito, dell'anima... del nostro caro Ambrogio.

Carlo Borghetti. Sì; del grande Ambrogio. Del santo, veramente santo, nel senso filosofico della parola: santo perchè giusto. E chi più giusto di lui? (Siede alla scrivania e accenna al Mari una seggiolina accanto, più bassa) Quale poeta non ha sciolto un inno al sole? Eppure, io sfido anche... (prova qualche difficoltà, per la sua naturale ritrosia, per la sua selvatichezza, a dargli, così subito, del tu) io sfido anche te, a dirmi di chi sia quest'invocazione, così ispirata e pura, degna di Francesco d'Assisi:

Tu, lux, refulge sensibus,

Mentisque somnu discute...

(Gli dà la cartella e lascia che il Mari, stupito, prosegua in silenzio la lettura).

Giordano Mari. Come?... Ambrogio?... Sant'Ambrogio?...

Carlo Borghetti (scegliendo un altro foglietto) È il canto del gallo. (E mentre legge la prima strofa, la sua faccia sembra ricomporsi, il suo occhio ritorna vivo, scintillante).