— No. Non ti credo; non credo niente.

Giordano (afferrandolo per una mano; sottovoce) Mi prometti di tacere? È la signorina Emma Dionisy di Milano, la nipote dell'onorevole Albertoni, ministro dell'istruzione pubblica. Scrivi a Milano, a qualche tuo corrispondente d'affari... ti diranno se non è vero. Mi basta che tu, con una tua parola, mi ottenga la rinnovazione di tutte le mie cambiali per sei mesi. Sai che anch'io sono stato vittima di una disgrazia. Se quell'altro non falliva, col mezzo del Finardi ero certo di rinnovare. Pensa che colpo, che disgrazia sarebbe per me... e anche per te! Prima di ammazzarmi, penserei anch'io a vendicarmi. Lo direbbero tutti i giornali, che Giordano Mari si è ammazzato perchè tu, suo fratello, tu ricco, tu il capitalista, l'usuraio, ti sei rifiutato, non lo hai voluto aiutare.

Tancredi (colpito) Sei sempre stato... una disgrazia per tutti!

Giordano. Per nessuno; e per te ancora meno; ma per te, al caso, potrò diventarlo.

Tancredi (lo fissa cogli occhi sbigottiti: ha una gran paura istintiva dei tribunali, dei giornali, di tutto ciò che può mettere in pubblico i suoi affari e la sua vita... specialmente quella di notte. Se un cronista pettegolo avesse fatto cantare le ragazzette di una vecchia sarta in Prà della Valle, che egli, non ostante la sua avarizia, regalava di dolciumi... e di certe piccole statuette in legno rappresentanti sant'Antonio col bambino?) Ne anderebbe di mezzo anche il mio nome; sono sempre un Mari come te.

Giordano. Vedi, dunque? Bisogna star uniti, per l'interesse del nome, della famiglia, per l'interesse comune. Fammi rinnovare le cambiali, per sei mesi, soltanto. Ti regalerò cinque, diecimila lire.

Tancredi. Come vai di carriera! Si vede che hai in animo di amministrarla bene la dote di tua moglie. Le hai dato ad intendere, anche, di essere un milionario?

Giordano. Sa che sono povero.

Tancredi. E dunque?

Giordano. Altra cosa è esser povero... e altra essere un fallito.