—Chi spiega le donne?—pensava Giorgio Della Valle, ritornandosene a casa.—Ieri pareva una sorella per me, ed oggi non mi può soffrire. Se veramente fosse stata un'amica, non avrebbe fatti tanti misteri, nè avrebbe mantenuto tutto quel sussiego. Per dire la verità, ella pareva molto offesa, ma poco addolorata. Ci sarebbe dubbio che avesse anche lei più orgoglio che cuore?

—Dunque… fiasco?…—domandò Prospero Anatolio, quando lo vide entrare con una faccia che non lasciava sperare nulla di buono. Prospero, adesso, sapeva fingere con Giorgio abbastanza bene; ma era rimasto là ad aspettarlo con mille sospetti e mille inquietudini nel cuore. Egli vedeva a mano a mano farsi sempre più grave la propria imprudenza e il rischio sempre maggiore. Cominciava a dubitare della lealtà dell'amico, della fedeltà di sua moglie, e si sentiva meno sicuro: ci fu un momento nel quale aveva pensato d'interrompere quel colloquio troppo pericoloso e forse lo avrebbe anche fatto se Giorgio avesse tardato ancor a ritornare.

—Fiasco… irreparabile.

—Come ti ha ricevuto?

—Mi ha ricevuto trattandomi in un certo modo, con una sostenutezza quasi diffidente, che accresceva la scabrosità dell'argomento.

—Almeno le hai potuto parlare?

—Cioè, ho cominciato; ma lei non mi ha lasciato finire, concludendo in poche parole, che non potevamo intenderci se tu prima non mi dicevi il vero motivo per cui essa vuol partire, e vuol partire subito; e che del resto… non ha nulla da perdonarti!

—Ah! Ah! Va bene; va bene.—E suo malgrado, Prospero Anatolio arrossì fino al bianco degli occhi.

—Dimmi la verità, c'è sotto forse qualche altra cosa che non mi hai raccontato?

—Che!… scuse, pretesti, e niente altro!—Ti ringrazio, intanto, dal profondo del cuore—continuò il duca—per la seccatura che ti sei presa; Sei buon testimonio che io volevo usare la persuasione, l'amorevolezza; ma, vedendo, che con ciò non si riesce, cambierò metodo. A conti fatti, il padrone sono io.