La bella fuggitiva, invece, non dormì un minuto del lunghissimo viaggio. Immobile, con la testa piegata e con l'occhio fisso alla finestrella del carrozzone, sembrava assorta. Ma l'oggetto ch'ella guardava con tanto amore doveva essere raccolto nella sua mente, perchè da troppo tempo più non curava di levar via col fazzoletto l'umidità densa che appannava i cristalli.

Un'immagine, cara al suo cuore, la seguiva sempre in quella sua fuga: ella correva via a precipizio e traballava per l'urto e le scosse rapide del convoglio, pure non riusciva a fuggire del tutto. Ma quantunque vinta, era calma e sorridente: la battaglia era finita. Dopo lunghi giorni, dopo notti d'insonnia e di lacrime, trovava finalmente un'ora di pace.

Piegata la fronte, rassegnata, non aveva fatto ciò che il dovere le aveva imposto? La passione, che serpeggiava irritante nelle sue vene, era riuscita a soffocarla; l'uomo ch'ella amava tanto da sacrificare tutto per lui, l'aveva veduta fredda e indifferente; fuggiva il pericolo, e nulla nascondeva al marito… non era una santa, infine, era una povera donna: che cosa avrebbe potuto fare di più?… Doveva forse squarciarsi il petto colle stesse sue mani, per istrapparne via il cuore? No, Dio ha imposto alla creatura di vivere, oramai la vita per lei era il suo amore. Come, perchè ostinarsi in una lotta ineguale della volontà contro il pensiero? Quell'affetto non le consigliò mai una colpa, non le lasciò il retaggio d'un solo rimorso. Maria usciva intatta dall'incendio come l'amianto, non soffriva l'umiliazione, l'abbattimento di quelli che sono caduti, ma nella sua coscienza grandeggiava l'orgoglio supremo della vittoria; dunque? Dunque perchè combattere ancora, combattere sempre, dilaniarsi, per quello che era impossibile, quando, sola oramai, lontana dal pericolo, sicura di sè, poteva abbandonarsi, riposare serena, nelle care fantasie della mente? Ah! quell'ora di pace troppo a caro prezzo l'aveva guadagnata, e vi si abbandonò in ispirito e corpo. Allora chiuse gli occhi, incrociò le mani sulle ginocchia e, quasi un mistico velo l'avesse separata dal mondo, si raccolse tutta in sè stessa.

I sensi erano vinti e, ritornati all'assalto, sarebbero stati vinti ancora e sempre. L'uomo che si era impadronito di lei, adesso non faceva che prestar le sembianze alla cara immagine del suo sogno; l'amore non era sangue e carne, era pensiero: poetica, virtuosa, casta Maria lo avea idealizzato.

Sarà triste molto la vita, senza ricambio di affetti, sempre lontana, sempre là, sola; ma vi troverà ancora gioie profonde, vere, insperate. Dimenticare non avrebbe potuto, nè voluto allora, nè mai; però quel nuovo battesimo l'ebbe rassegnata e volonterosa.

Così solamente l'amore non era colpa, era virtù; non era debolezza, ma forza sublime, divinità segreta purissima: non più tormento e pericolo, ma consolazione e conforto.

XI.

Santo Fiore è un villaggio del basso Padovano: una contrada lunga e larga, dalla quale si diramano dieci o dodici viuzze più o meno deserte.

Colline non se ne vedono affatto, e le montagne si perdono lontane, sull'orizzonte.

Santo Fiore era il feudo dei conti di questo nome, e oggi ancora in barba allo statuto del regno, l'autorità dell'antica dinastia in quel villaggio ha salde le radici. Invece di reggere il piccolo popolo col cappellone dei carabinieri, i conti di Santo Fiore adoperavano due altri spedienti: il pane e il lavoro.