Anche Lalla lo vedeva di buon occhio, chè don Vincenzo era un ammiratore entusiasta della sua devozione, dei suoi talenti, della sua grazia; per altro lo derideva anche sovente, e si divertiva dal giardiniere e dal castaldo, contraffacendone la voce nasale, il collo torto, le cupide occhiate agli intingoli e lo scoppiettar della lingua contro il dotto palato.

Un altro che frequentava il Palazzo era Sandrino Frascolini, il figlio del segretario comunale, il piccolo Dante di Santo Fiore, e predestinato già, col tempo, a recitar lui la parte di uno dei Due Sergenti; ma anche con Sandrino, dopo le solite parole, se Maria avesse voluto continuare a discorrere, avrebbe dovuto rifarsi da capo.

I forestieri poi che arrivavano non avevano a litigar per il posto: il conte Eriprando, ammalato di gotta, non si poteva muovere; amiche, Maria non ne aveva, amici ce n'era stato uno soltanto, e non c'era più. Dunque era sola, sempre sola.

In quanto a miss Dill… la rigida signora, invece di uno svago era un incubo. Nata da ricca famiglia di commercianti, alcuni rovesci finanziari l'avevano ridotta a dover cercarsi un posto per vivere; a dover servire: ma orgogliosa e bigotta, alla sventura non si era piegata con rassegnazione. Esigente, dura con gli inferiori, era cavillosa nel difendere le proprie prerogative e piena di sospetti, di diffidenze verso i padroni. Confondeva la dignità colla superbia, e segretamente invidiava la signora fino a volerle male. Riceveva da lei un regalo?… la duchessa non riusciva mai a darglielo in modo da non aggravare il peso della sua condizione. Un giorno, forse sopra pensiero, Maria non trattava l'istitutrice con tutti i riguardi? Miss Dill allora preparava uno scoppio, e lo preannunciava con musi lunghi che duravano per settimane di seguito, e un dolor di capo tanto fastidioso e tanto incomodo per tutta la casa, da spaventare colla sola minaccia. Se Maria in quei giorni avesse aperto il pianoforte, bisognava non aver cuore per tormentarla così; se Lalla faceva i gradini della scala a due a due, era come sua madre anche lei, senza cuore. Maria, per distrarla, le ordinava di uscire in carrozza? Voleva ucciderla. Non la faceva uscire? Le negava di prendere una boccata d'aria. La passera mattugiola pigolava sulle finestre? Lorenzo, Ambrogio, dovevano correre con lo schioppo a spaventarla; ma se il colpo partiva, miss Dill cadeva in convulsioni.

La duchessa, certe volte, si trovava a due dita di perdere la pazienza; ma poi, stimando che quella ferrea natura e inflessibile fosse necessaria coll'indole vivace della figliuola, ne sopportava i difetti e le bizzarrie.

Lalla, malgrado le cure assidue della mamma, cresceva con un certo temperamentino da mettere un po' in apprensione. Maria era costretta a conservare sempre con lei una severità inalterabile, che impediva la tenerezza e la confidenza, mentre fra la signorina e la miss covava una guerra sorda, nascosta, ma altrettanto accanita. Uno dei maggiori difetti di Lalla era la simulazione; quella testolina capricciosa non era mai capace di dire la verità. Nei suoi trasporti infantili c'era sempre finzione od esagerazione. Esagerava il fervore delle pratiche religiose, la paura del castigo, le carezze che faceva alla mamma perchè le perdonasse i capriccetti e le scappatelle. E però, tutto ciò sommato, faceva sì che Maria fosse condannata alla più penosa solitudine: la solitudine nella famiglia.

A distrarla, o a consolarla, non contribuivano certo le visite, frequenti da principio, poi fatte più rare, di Prospero. In quelle occasioni tutti i preti del vicinato erano a pranzo al Palazzo. Miss Dill allora faceva la garbata con don Vincenzo, e Lalla, che ricominciava a sentir la smania di attirarsi l'attenzione del pubblico, aveva sempre pronto qualche digiuno, qualche fioretto alla Madonna, che la faceva ammirare, e quasi santificare in anticipazione, da tutti quei reverendi con la bocca unta.

Fosse per le forti attrattive del frutto proibito, o fosse anche perchè avesse finalmente aperto gli occhi su quel che era Haute-Cour, il fatto sta che il prurito della coniugale riconciliazione durava acuto, insopportabile, fra carne e pelle, al duca d'Eleda. Ma sua moglie, che lo accoglieva sempre colla più schietta cordialità, gli teneva chiusa tuttavia, e inesorabilmente, la sua cameretta; una camerettina elegante, profumata come il nido della capinera, dove, tra le spesse cortine, spuntava fuori un lettino breve, piccolo, tutto a pizzi e a ricami, un lettino candidissimo, da educanda; e il duca d'Eleda, che per quella cameretta avrebbe rinunziato con tutta l'anima a ben più vasti dominii, arrivato a Santo Fiore gaio e cerimonioso, ripartiva poi con un palmo di muso, borbottando il solito ritornello:—La maledetta non ha sangue; è una donna di ghi-ghi-ghiaccio!…

Allora, per vendicarsi o per distrarsi, ritornava più accalorato presso la Haute-Cour, lusingandosi che sua moglie notasse come a lui, spento il focolare domestico, riuscisse facile di riscaldarsi ugualmente.

Un'altra visita che Maria sopportava con rassegnazione era quella del marchese di Vharè. Costui, d'un marchesato un po' dubbio, aveva i suoi possedimenti nelle vicinanze di Santo Fiore, e a Borghignano teneva casa: dissipatore vizioso, l'inverno, anzi quasi tutto l'anno, egli viveva a Monte Carlo, e solamente quando la roulette gli faceva le corna, rimpatriava per cercare un'ipoteca o per vendere, affettando un disprezzo olimpico per la provincia e i suoi abitanti.