—Sicuro; e ha piantato su due piedi la signora Veronica, che dalla rabbia voleva finire come i topi.

—La poetessa?—domandò Lalla, sorridendo.

—Sì, signorina. Con tutta la sua scienza, era così oca da lusingarsi che Alessandro fosse cotto per lei; con quel muso! Il ragazzo si mostrava compito, si sa bene; la Veronica è moglie del sindaco, come sarebbe a dire del suo principale…

—E dunque?

—E dunque quando ha capito che la preferita era la bella Ottavia, una domenica dopo la messa cantata,—pare che durante la funzione avesse scoperto un certo telegrafo fra i due,—si serrò in camera, chiuse le finestre e, detto fatto, ingoiò uno scatolone intiero di fiammiferi!…

—Oh! graziosa!

—Per fortuna il signor Domenico, non so bene per quali faccende, doveva andare in camera sua; sale, la trova chiusa; bussa, nessuno risponde. Aveva veduto entrare sua moglie poco prima; torna a bussare più forte: lo stesso silenzio.—Che si senta male?—dice fra sè quel buon uomo e chiama la signora Veronica per nome, grida, urla, ma tutto indarno. Allora, spaventato, dà un colpo di spalla e, patatrac, fa saltar l'uscio dai gangheri: mamma mia! il signor Domenico si sente bruciare il naso, la gola, da un odore acre, che toglie il respiro; in camera era buio pesto, ma sul letto vede una luce azzurra, bigia, fumante, tremolare, muoversi, dilatarsi.—Che sia il diavolo?!…—Spalanca con un pugno le finestre e… indovini un po', duchessina? La fiamma usciva dalla bocca della Veronica tutta impastata di fosforo. Quel mammalucco…

—Bada, Nena, è il tuo sindaco!

—Scusi del termine; per me dico pane al pane!… Quel mammalucco del signor Domenico si fa portare un secchio di latte, e di sopra e… e di sotto lo fa entrare nel corpo alla moglie!

—Ma Sandrino, quando ha saputo la tragedia, che cosa ha fatto?