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Partito Foscarini, e Ghegola rimasto solo, fece due o tre salti nella camera, fregandosi le mani dalla contentezza. Quella soluzione insperata gli andava molto a genio, perchè la parte da eroe ch'egli avrebbe sostenuta nel duello, senza nessun rischio e pericolo, pareva proprio fatta a suo dosso, nello stesso tempo che, non avendo più paura d'essere infilzato da quell'altro, vedeva bene la necessità in cui era di lavare col sangue l'insulto patito dall'Aimoni. Di più, sfidato l'Aimoni e battutosi con lui, poteva continuare a fermarsi a Brescia, non occorreva altro che egli partisse per Modena, e di fatti si pose subito a disfare le valigie ch'erano già quasi piene di roba.

Durante quell'operazione fu sorpreso dalla Ghita ch'era solita di regalare al suo Menico delle visite mattutine.

Ghegola si lasciò baciare serio serio, sospirando.

—Che cos'hai, Menico?… Perchè mi guardi in quel modo?

—Nulla, nulla; lèvati lo scialle.

Ghita si levò lo scialletto nero che, secondo l'usanza delle sartorelle bresciane, aveva puntato sul capo e dopo averle circondata la faccia le scendeva giù fino ai fianchi avvolgendole tutta la persona.

—Povera la mia Ghita…. mi rincrescerebbe!… per te mi rincrescerebbe!…—borbottava il giovinotto a mezza voce, mentre ricambiava alla fanciulla baci e carezze.

La Ghita, a tali parole, si sentì stringere il cuore, e viste le valigie sparse per la camera, e i cassettoni aperti, ne rimase sbigottita; poi d'improvviso, sollevandosi sulla punta de' piedi per arrivare, piccina com'era, a stringersi al collo del suo lungo innamorato:

—Tu parti con Garibaldi—esclamò—tu parti!—e la poveretta si pose a piangere.