Menico, invece di mostrarsene intenerito, accettò con un gran sussiego tutte le manifestazioni di quel dolore così sincero, ed anzi fece intendere all'amorosa che sarebbe stato più facile di tornare indietro partendo con Garibaldi che non andando dov'era aspettato lui…. alle cinque in punto. E così, dopo averle fatto giurare che non direbbe nulla a nessuno, le contò il gran segreto, cioè che egli doveva battersi quel giorno coll'Aimoni, che l'arma scelta era la pistola, e che l'uno o l'altro, indubitabilmente, sarebbero rimasti sul terreno con una palla nello stomaco,

Ghegola, il crudele, la nominò varie volte quella palla micidiale, tanto che la poveretta ne era disperata e piangeva, piangeva con dei singulti che facevan pietà.

—Almeno—concluse singhiozzando—che tu fossi andato con Garibaldi! saresti morto per l'Italia e per Vittorio!…

Povera tosa; non aveva torto: ma c'era questo di male, che con
Garibaldi i fucili si caricavano a palla!

***

Domenico Ghegola uscì di casa prima del solito e passeggiò sotto i portici per un pezzo, fumando tranquillamente un sigaro d'Avana, molto più corto, ma quasi più grosso di lui. Poi sul mezzogiorno andò a far colazione al Caffè del Duomo, dove fece mostra d'un appetito invidiabile.

Quando si trattò di pagare il conto, gettò al cameriere un biglietto di banca da duecento cinquanta lire.

—S'accomodi, signore, pagherà domani—e il cameriere fece l'atto di restituirgli il denaro.

—Domani…. domani, caro mio, chissà dove potrei essere a far colazione! Dammi il resto.

Uscì dal caffè zufolando l'arietta della Bella Gigogin, e si avviò dal suo parrucchiere, sul Corso del Teatro, a farsi radere la barba. Quel giorno Ghegola fu amabilissimo coi giovani di bottega, si provò anche a fare dello spirito, e, finito d'acconciare, prima di andarsene volle pagare l'abbonamento, benchè non si fosse allora che ai quindici del mese.