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La stagione delle danze, dei teatri e delle allegre cene era terminata. Il maggio, colle sue rose, colle sue rondini in cerca del vecchio nido e coi ruscelli colmi d'acqua appena calata giù dall'alto, metteva fremiti nuovi di nuovi amori. Una gran benedizione discendeva dai cieli tepidi, tersi e diffusi, parlando di pace, di gioia, sorridendo benigna al fecondo lavorìo della natura. Ma il signor di Gaucherin, da quella notte, si era fatto infelice e cupo. Era stato offeso, odiava e ancora non avea trovato il destro di vendicarsi. Quel riso beffardo lo seguiva dovunque, se lo sentiva d'attorno: era l'incubo della sua vita. E mille volte in cuor suo, mentre le voleva un bene pazzo, smanioso, furente, imprecava contro quella donna che ignorava lo strazio della sua anima, che non poteva neanche comprenderlo; ma che lo rendeva incapace di difendere il suo orgoglio. Se ella non fosse stata, oh, allora!…

Da due mesi Gaucherin cercava invano un pretesto. Il marchese di Tracy non sospettava nemmeno di avere ai fianchi un così acerrimo nemico; ma però se ne accorse il giorno soltanto ch'egli comprese la provocazione. Fu un'inezia, che fra diversi contendenti e in altri tempi avrebbe tutt'al più messo un po' di dispetto. Sangue non se ne sarebbe versato, o quel tanto solamente che ne poteva correre da una scalfittura. Ma quelli erano tempi intolleranti, per così dire, e maneschi. Nel 1829, il duello era una frenesia della vita; affrontare così balordamente la morte, una seduzione. La temerità si confondeva coll'eroismo, essere audaci voleva dire essere celebri, così che talvolta il punto d'onore e la cavalleria giustificavano un assassinio, legalizzando la ragione del più forte. Il lion del giorno era Choquart, guardia del corpo, spadaccino insolente e frenetico, il quale avea avuto quaranta duelli ed altrettante ferite, che alla mattina si svegliava col prurito di trovare una briga, e con questa spavalda aspirazione entrava nelle botteghe dei parrucchieri, gridando con voce grossa e volgare:

—Non usano più i capelli tagliati; è una cosa da stupidi; ve lo dico io; io! pronto a schiaffeggiare il primo che mi smentisce!

E da ciò un tafferuglio, mezza dozzina di pugni, la conseguente sfida e la relativa stoccata che metteva a letto per un mese l'uno o l'altro dei contendenti.

Erano tempi da matti, quantunque con un'apparenza severa e castigata. Da tre anni ì duellisti si erano costituiti in associazione, tutti guasconi, per la maggior parte. Perfezionarsi nella scherma era lo scopo e il vanto; sciabolare, storpiare, uccidere, il lugubre ideale. Le autorità per tre anni tentarono invano di porvi riparo. Il giorno che si misero a perseguitare quell'associazione, due prefetti e un generale, avversarî e vittime dello stesso pregiudizio, pagarono colla vita il loro zelo soverchio. Alla fine gli ufficiali dell'esercito si sollevarono contro questa bestiale manìa; ma il rimedio fu peggiore del male. Era una lotta decisa, pronta, inesorabile, barbara; era togliere la piaga uccidendo l'ammalato, seminare il dolore dove c'erano e madri e spose e sorelle che imploravano misericordia. La morte non si presentava più come un fantasma nero ed immane che cercava gli eroi; ma come un fantoccio insensato e buffone che amava i capricci.

Appunto sotto questi auspizi i due vagheggini della Morny si mandarono i loro padrini. Il signor di Gaucherin era capitano d'artiglieria, duellista audacissimo, uccisore di undici membri dell'associazione che gli ufficiali dell'esercito si erano proposto di distruggere. Il marchese di Tracy era l'ultimo dei duellisti guasconi: l'ultimo…. perchè era stato il più forte.

Presso ad Archon i due rivali si trovarono di fronte, in un bel giorno di fiorita primavera, tutto sole, in mezzo ad un vasto campo serrato da verdura nuova e palpitante: la morte non ebbe mai un più festevole sudario.

Il processo verbale, firmato in piena regola, stabiliva che i due avversari, armati entrambi di due pistole, si dovevano porre alla distanza di venticinque passi, con facoltà di far fuoco l'un contro l'altro, avanzandosi a piacere. Non c'erano sottintesi: l'uno o l'altro dei due doveva, come si dice, restar sul terreno.

Al segnale, il signor di Gaucherin fu il primo che si mosse: altero, sicuro, cogli occhi fissi nel volto del suo avversario, dove pareva a lui che errasse ancora il ghigno di quella notte; ma non aveva fatto cinque passi che il marchese di Tracy sparò il primo colpo…. nessuna fronda d'attorno si mosse. Gaucherin si fermò un istante, fu visto un fremito sulle sue labbra, si fece ancor più pallido, ma continuò, colle braccia protese, le armi ferme nel pugno, il suo cammino…. Adesso anche egli ghignava; l'ora tanto aspettata, sognata, era giunta. Che importava a lui della palla che gli bruciava nel petto?…