Anche per il povero Quintino, la vita ebbe finalmente un sorriso…. e lo ebbe allora che si svegliava così malconcio all'ospedale!… Gli pareva che il suo male fosse stato il suo bene. La testa gli doleva, nel petto sentiva di tratto in tratto delle fitte acutissime, ma la febbre gli recava, coi suoi turbamenti, anche le sue leggiadre visioni. Lo prese un gran bisogno, un gran desiderio d'amare, e, illuso, anch'egli aspettò con ansia chi lo venisse a trovare, perchè ogni volta che si spalancava la porta entrava nella sala qualcuno che s'indovinava dovesse essere o una madre, o una sorella, o un'amante, oppure un amico, e tutti si avvicinavano lesti e sorridenti all'uno o all'altro dei lettucci, disposti in lunga riga, e vi dispensavano e doni e baci e carezze.
Allora ognuno di quegli infelici aveva pure la sua consolazione!… Quintino vedeva la mano del povero ammalato stretta in una mano affettuosa che lo confortava, vedeva delle lacrime, dei sorrisi, udiva delle grida di dolore o di gioia; ma invano aspettò che la porta della sala fosse aperta da un'anima caritatevole che venisse là per lui. Nessuno sapeva chi fosse quel saltimbanco; nessuno lo conosceva, e il suo letto rimaneva solitario, abbandonato, come s'egli fosse uno straniero anche in quella casa del dolore. Allora pensò a sua madre, sformata dalla pellagra e morta dannata in una fossa d'acqua melmosa, imputridita; pensò a suo padre finito miseramente fra gli stenti e i rimorsi in un'isola lontana, invidiò il sorriso di un'amante, la parola cara di un amico, e rimpianse la vita che gli sfuggiva, per tutto ciò che non aveva goduto. Solo!… solo!… sempre solo!… Eppure…. eppure sì, un compagno, un amico lo aveva anche lui! A questo pensiero balzò con un impeto improvviso fuori dalle coperte e venne giù e guardò e cercò sotto il letto…, ma invano! Era solo, solo, abbandonato da tutti!… Allora tornò a scoraggiarsi, a disperare, e trovò più penosa quella solitudine in mezzo al mondo e alla gente di quanto non lo fosse per lui quella delle sue notti di viaggio, quando si trovava smarrito fra le vaste pianure in riva al mare.
Riadagiatosi nel letto, spasimò più forte e gli sembrò che tutte le liete immagini di prima gli si annerissero cupamente d'intorno. Gli si era mossa la fasciatura della larga ferita che aveva alla testa, e ne usciva il sangue a fiotti. Infermieri e medici e suore gli corsero intorno soccorrendolo, ma, in tutti que' volti sconosciuti, egli non seppe più leggere una sola espressione d'affetto.
Intanto la febbre consumava quella misera esistenza destinata a quel lugubre fine.
Il povero disgraziato era vicino al termine dei suoi patimenti e de' suoi dolori…. era vicino a morire…. ma moriva come un delinquente, senza una lacrima, senza un rimpianto, senza un saluto; e quest'ultimo dolore che lo attendeva là dove tutti gli sventurati trovano un conforto, impresse sul suo volto, fra le tracce di tante angosce sofferte, il solco profondo di un'angoscia nuova, indescrivibile, straziante…. ma poi, prima dell'agonia, l'espressione mutò, e a poco a poco si diffuse su quel volto scarno, distrutto, una tenerezza ineffabile…. le sue labbra balbettarono un nome, piegò il capo sul capezzale, e fu sorridendo che chiuse gli occhi per sempre.
In quel momento, dalla strada, egli aveva udito un ululato lungo, triste, disperato….
Era il saluto di Marco Minghetti.