—Signori!… Si dà principio per la fabbrica dell'appetito.

Marco Minghetti sapeva bene che adesso toccava a lui; si rizzò dritto a sedere e colle due zampette tentò, al solito di accomodarsi il cheppì.

Il piccolo spazzacamino rise dall'allegrezza godendosi quella mimica, e battè soddisfatto le manine ghiacce marmate, quando il funambolo cominciò a salire adagio adagio sulla colonna dondolante. Una seggiola, due, tre, cinque le ebbe superate; superò anche l'ultima e fu su, in cima: ma quando volle rizzarsi facendo il braccio di ferro colle gambe all'aria, gli scivolò una mano, le sedie si smossero, mancò l'equilibrio a tutto l'edificio e Quintino precipitò riverso a terra, battendo di tutto peso col corpo sul lastrico, mentre le seggiole gli cadevano addosso sulla testa e sul petto.

Non diede un grido, non un gemito; rimase là sotto, senza più muoversi.

Lo spazzacamino diè un urlo e fuggì.

Per qualche tempo nessuno venne in soccorso del povero pagliaccio, nemmeno Marco Minghetti che non osava di muoversi e, ancora seduto sulle gambe di dietro, stanco, si appoggiava di tanto in tanto per terra colla terza zampa per riposare un poco; e allungava il collo guardando il padrone immobile sotto le seggiole, fiutando affannosamente inquieto, come se avesse voluto indovinare il perchè di quella nuova buffonata.

Un facchino fu che si avvicinò il primo al caduto, poi una donnetta che invocò la Madonna e tutti i santi del paradiso, poi a poco a poco gli si fermarono attorno otto o dieci persone, tenendosi però ad una certa distanza, tanto da poter vedere, senza compromettersi, che cosa era accaduto; poi uscì un cameriere del caffè, ma questi rientrò quasi subito dovendo riferire il fatto agli avventori, che lo avevano mandato apposta di fuori per sapere che voleva dire tutto quel baccano. Finalmente capitò anche un vigile il quale mandò subito a prendere una barella dell'ospedale: quando giunse, sollevarono in due il ferito, che continuava a non dar segno di vita, lo misero dentro, sul pagliericcio, poi chiusero il coperchio e lo portaron via.

Marco era stato sempre là, in mezzo alla calca; gli pestavano addosso, ma non fiatava e non si allontanava punto. Seguì però la barella appena si mosse; la seguì vicin vicino, colla coda tra le gambe e il muso basso; ma giunto alla porta dell'ospedale, quando anche lui voleva entrare dietro al suo padrone, un portantino, stizzito, lo cacciò via con una pedata così forte e così bene aggiustata che lo mandò lontano, a ruzzolar nella neve.

***

Per tutta la notte Quintino nulla seppe di sè: era caduto in un deliquio che faceva scrollare il capo sinistramente agli infermieri del suo riparto. Ma quando la mattina vegnente si destò da quel sonno così grave e si guardò all'ingiro, credette allora di cominciare a vaneggiare: per la prima volta in sua vita gli pareva d'essere un signore. Riposava, ben coperto, in un morbido letto di bucato. Dalle ampie vetrate delle finestre, che davan sopra la strada, il sole cominciava allegramente ad entrar co' suoi raggi, rigando le bianche lenzuola con delle strisce luminose, piene di pulviscoli vaganti; e in quell'ambiente sereno di candidezza e di quiete provò un benessere nuovo che gli fece prorompere dall'animo grato come un'espansione di riconoscenza e d'affetto per tutta quella gente ch'egli vedeva andare e venire, con pietà santa, da un letto ad un altro, per quelle sacre immagini che pendevano appese all'ingiro, e per quel Cristo gigantesco dipinto sotto il soffitto, che dalla sua croce pareva diffondere nell'ampio recinto la benedizione e il conforto.