—Va a lavorare!

—Mi salterebbe il ticchio di fartela passare io a calci nel sedere, la frega del Marco e del Quintino—borbottò un costituzionale arrabbiato, il quale avea presa quella buffonata per una satira di colore politico.

Il povero Quintino, viste le mossacce, restò lì tutto solo, come interdetto, col cappello in mano e il corpo inchinato.

La piazza era diventata tutta bianca e co' suoi pallidi riflessi rischiarava tristamente il vasto squallore di quella notte d'inverno. Il portico soltanto era illuminato da una lucerna che pendeva giù dall'architrave, e dalla luce viva che si diffondeva al di fuori dai cristalli delle grandi portiere del caffè.

Che cosa fare?…

Quintino continuava a guardarsi d'intorno smarrito. Non c'era pubblico punto, tranne un piccolo spazzacamino che s'era fatta una pallottola di neve e la divorava, con un appetito eccellente, tal e quale come fosse una fetta di polenta abbrustolita, guardando con gli occhi imbambolati il pagliaccio vestito in quel modo così buffo e aspettando che dèsse principio alla rappresentazione. Allora, preso da un avvilimento profondo, Quintino si volse come per interrogare con uno sguardo il suo compagno d'arte: Marco Minghetti, per tutta risposta, si levò dritto in piedi, sulle gambe di dietro.

—Vuoi travagliare? Ebbe'…. coraggio e avanti sempre fin che la dura.

Sbirciò dai cristalli del caffè, dopo averli qua e là strofinati col gomito, perchè s'erano appannati, tutta quella gente che vi stava là chiusa beatamente, che rideva, discorrendo e cianciando, che beveva delle acque e del vino fumante, che mangiava pasticcini e leccornìe, seduta in soffici poltrone e coi soprabiti sbottonati, perchè nella sala si sudava dal caldo.

Egli pensò che dalle portiere lo avrebber forse potuto vedere a travagliare, e si animò tutto. Si battè un'altra volta colle mani sulle maglie inzuppate d'acqua, soffiò colla bocca sulle dieci dita raggruppate, guardò lo spazzacamino che continuava a merendare pacificamente colla sua pallottola di neve, e cominciò a mettere a posto, le une sulle altre, tutte le seggiole del caffè ch'eran di fuori sotto il portico. Ma dopo un poco gli tornò a mancar la lena: era tutto intirizzito, gli pareva di venir meno per la fame e per la stanchezza. Le gambe gli si piegavan sotto, aveva la testa che gli martellava per la febbre, e la gola secca, arida, che lo faceva spasimare ad ogni respiro, ad ogni parola, come se vi avesse avuto dentro delle punte sottilissime di acciaio.

Quando le seggiole furono pronte, fece un altro salto per riscaldarsi, ma sdrucciolò sul lastrico diacciato e mancò poco non cadesse giù, lungo disteso.