E tutta questa vita vera di quel periodo della nostra storia Voi l'avete atteggiata con arte sapiente; sì per quel che avete condotto espressamente sulla scena, sì per quello che fra atto e atto avete trascorso. La morte della vedova Ansperti, quanto è più pietosa risaputa dopo! e come drammatico lo scontro dei patriotti coi gendarmi sul confine svizzero, nella penombra del racconto senza indugiarvisi sopra! E il suicidio espiativo dell'Ortis denunciatore, che Voi con audace novità fate raccontare dal marito alla moglie, e può da quella coppia pura avere generoso compianto; e il duello patriottico tra Giacomino e il Grosso ufficiale austriaco che ci pare aver conosciuto nonostante che voi non gli abbiate fatto l'onor della scena; sono tratti di artista possente, che sa risparmiarsi alle parti culminanti dell'opera meditata, e in queste poi eccellere luminoso.

Dico nel primo atto tutto intero, che non si dimentica; e (per quanto dallo avervi ascoltato può essermisi impresso nella memoria) nella scena, che mi parve bellissima su tutte, nella quale moglie e marito si rivelano, tardi ma in tempo, a se medesimi, e nella religione della patria riconsacrano e sublimano l'amor coniugale; e dove a quella religione il conte mazziniano inizia il marchesino, che d'ora innanzi avrà coscienza di ciò che sin allora solamente sentiva; e le arti poliziesche della suocera e del consigliere intorno alla giovane sposa magnanima; e il castigo che alla vecchia dama si viene, lungo tutto il dramma, apparecchiando nella diserzione d'ogni più caro e legittimo affetto, e nel supremo dolore, in cui ella ritrova colle lacrime materne se stessa, dell'arresto del figliuolo; e nella temperanza con la quale avete ritratto e lei e l'imperiale amico suo senz'aggravarli di troppo foschi colori, anzi lasciando che ancor egli, pur rimanendo inflessibile nell'aulica sua devozione contro l'idea italiana, e contro il «romanticismo» della rivoluzione impossibile, abbia tuttavia alcuno di quei tratti generosi a cui nessun cuore umano che non sia de' pochi affatto snaturati e perversi, rimane chiuso con sigillo inviolabile.

Questi sono pregi nobilissimi del vostro lavoro. Ai quali deve pur aggiungersi la sincerità della lingua e dello stile che mi parvero non peccare nè di trascuranza delle proprietà dell'idioma che ci è testimonio di nazione, nè di quella preziosità che sotto altre penne (e alcun'altra volta scusate sotto la vostra stessa) aliena dallo schietto quotidiano linguaggio il conversar delle scene. Grave questione cotesta, nella quale credo che autori ed attori avrebbero ancor molto da fare, qui fra noi, per conseguire al teatro nostro la virtù somma, che dovrebb'essere, in tutti i sensi ed aspetti, la verità.

Della verità storica poi, di fatti e d'ambiente, lumeggiata in modo squisito dalla valentia dei vostri interpreti e dallo sceneggiamento e dal costume, così fossero i drammaturghi sempre in sicuro possesso come siete stato Voi nell'interrogarne un'epoca, della quale i testimoni viventi rimangono, drappello di seniori, ancora in buon numero! Ahimè quanto falso medioevo sulle scene moderne! e non di scrittori italiani solamente; anzi, diciamo piuttosto, quanto falso medioevo italiano in lavori teatrali, che è sotto tale rispetto «peccato nostro e non natural cosa» tradurceli e accettarceli con plauso e, in certo modo, sottoscriverceli noi Italiani, sui teatri d'Italia! Voi avete dato un esempio, da augurarne imitatori. Ho riletto, dopo la rappresentazione del vostro «Romanticismo», le scene maestrevoli che la Sand desunse pel suo «Cadio» dalla storia della Vandea; nè le vostre mi paiono da meno: oltre poi il vantaggio, di averle Voi commisurate a scenica rappresentazione: chè il teatro parla a più e di più specie, persone che non il libro; parla a coloro ai quali non vorremmo non averci a pentire di aver insegnato a leggere il libro e il giornale; e parla, il teatro, il linguaggio del cuore, nel quale tutti anche e letterati e analfabeti, dovremmo saperci intendere e sentirci uniti nel bene. E si avverta che quanto è più facile lo adire le fonti del vero d'un'età a noi vicina, tanto più stringente è l'obbligo d'attingervi schietto: e più grave dunque il carico che Voi vi eravate addossato.

Proseguite animosamente, anche perchè — questo vi dico per ultimo, ma sopra tutto mi preme che vi sia detto; e per questo principalmente ho preso fiducia di scrivervi in pubblico — anche perchè voi avete fatto, signore, un'opera buona. E ciò pure io credo (e rispondo alla dimanda che Vi proposi in principio) sia legittimo titolo del lieto successo che avete incontrato. La Poesia civile, la quale, e romantica e classica, cooperò con tanta efficacia a conquistarci la libertà nazionale, è richiamata sotto le armi a difenderla: difenderla da nemici tanto più pericolosi in quanto essi pretessono in nome della libertà umana, mentre uccidono consapevoli o no, il sentimento della patria. Io ho pur una volta sentito, come da giovane, echeggiare il teatro di applausi patriottici: ve ne ringrazio di cuore. La grande istoria della servitù d'Italia e del suo risorgimento Vi offre, da tutto il secolo decimonono, altri degni argomenti a trattare o riproducendo con nomi storici o, molto meglio, dal complesso dei particolari, com'era avete fatto, idealizzando fedelmente al vero persone ed avvenimenti. Vi preghiamo — lasciatemi parlare in nome della generazione con la quale io discendo — Vi preghiamo, Voi che ascendete, non sia questo il solo lavoro con cui facciate rivivere sulle scene, a memoria, ad ammonimento, a conforto, la santa immagine della patria italiana.

Firenze, Settembre 1902.

Isidoro Del Lungo.

(Dal Giornale d'Italia: — Roma — Sabato 4 Ottobre 1902).

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