— Ma.... anche lei, signor Marchese, è molto.... è molto mattutino!

L'Ariberti avrebbe voluto dire mattiniero. Ma bisogna compatirlo; era l'emozione che gli faceva pigliare dei granchi.

— Io sono solito ad alzarmi presto. A Treviso sono in quartiere prima delle cinque, estate e inverno.

— Per bacco!

Il Maggiore si mostrava cortese, affabilissimo con Prandino; ma questi certo sarebbe stato più contento se lo avesse trovato burbero e musone, com'era stato il giorno prima al Lido. Bisognava proprio che i suoi affari gli andassero bene, per essere così di buon umore.

— E oggi, — domandò poi, improvvisamente, prendendosi l'Ariberti a braccetto, — che cosa ne faremo oggi delle nostre signore!

Nostre? Adagio Biagio! — pensava Prandino. — A te lascerò la Cecilia e, se vuoi, anche Gegio per giunta.

— Che cosa ne faremo?

— Mah! Bisognerà sentire la contessa Navaredo e la contessina D'Abalà! — rispose Ariberti, con aria diplomatica.

— Già, m'immagino che vorranno ritornare al Lido?