CAPITOLO X.

Quella notte, il conte Eriprando degli Ariberti stentò molto a prender sonno e, anche dopo, dormì poco e male. Si svegliò che albeggiava appena, nè potè più riaddormentarsi. In quella cameretta soffocava. Si alzò, si vestì a malincuore, sospirando nel lavarsi, sospirando nell'infilare i pantaloni, e annodandosi la cravatta con una stretta rabbiosa.

Tant'è, per lui era cosa già risoluta: se la contessa lo tradiva col numero 43, egli non avrebbe più voluto tirarla innanzi.

Che cosa avrebbe fatto? — Uno sproposito avrebbe fatto, ma dopo, almeno, la sarebbe finita.

Povera mamma Orsolina!... Non ci pensava Prandino, in quel momento.

Uscì dalla Gondola d'oro ch'erano sonate appena le sette, e andò a passeggiare per un pezzo, così dinoccolato, colla faccia smorta, gli occhi gonfi e una folla di brutti pensieri che gli girava per la testa. Soffriva; soffriva davvero. Nel suo cuore esacerbato c'erano due odii, anzi tre; odiava la Cecilia, odiava il Maggiore, odiava adesso anche l'Elisa: la Cecilia però sopra ogni altro era il suo tormento più grave; era giunto anzi quasi a figurarsi l'Elisa come una vittima, forse troppo debole, di sua figlia, ma tuttavia sempre una vittima, che si sacrificava per lei. Quando tutto a un tratto (passeggiava allora sotto le Procuratie) sentì chiamarsi per nome da una vociaccia che lo fece trasalire: era il Maggiore che usciva da Galli, il parrucchiere.

Prandino si volse e tornò indietro qualche passo per venire incontro a Del Mantico. Ebbe il coraggio di stendergli la mano, si sforzò di far la bocca ridente; ma lì, su due piedi, non fu buono di dire una parola: la voce gli si strozzava nella gola.

— Come mai la si vede in piedi così per tempo, caro Conte?

— È il caldo!

— Col caldo, difatti, si dorme male.