Fino a tanto però che rimase chiuso dentro in mezzo al fumo, alle carte, allo schiamazzo di quella bolgia infocata, non arrivò mai a comprendere la gravità della propria disgrazia; la prima idea l'ebbe soltanto quando si trovò fuori all'aperto in Piazza San Marco, coi buffi d'aria fresca, umidiccia, che gli snebbiarono la testa. Allora, per un momento, sperò di sognare, ma poi, quando si persuase ch'era desto, ci mancò poco che non impazzisse.
— Scusa, Ariberti, che cosa abbiamo detto che tu mi dovevi? — gli chiese Badoero, che col lapis prendeva appunti e faceva somme sopra un biglietto di visita.
— Non so!... Quanto?...
— Se non isbaglio i conti, dovrebbero essere ottocento cinquanta lire.
I conti del cugino erano giusti.
— Ma.... io.... io non le ho.... qui.
— Che importa?... si sa bene, nessuno viaggia colla Banca in tasca. Me le darai con tuo comodo.
Prandino respirò. Dunque c'era tempo, e fin che c'è tempo c'è vita.
— Se ci fosse giustizia, — continuò Badoero sorridendo, — la perdita di stasera te la dovrebbe pagare il Maggiore, perchè se lui non capitava a Venezia, tu forse, a quest'ora avresti in tasca ottocento cinquanta lire di più. Del resto, sei stato sfortunato, ma giocavi anche da matto, lasciatelo dire: ci volevi tu perchè io fossi buono di vincere, almeno una volta! bisognava proprio che tu venissi da Vicenza apposta per fare il miracolo!... io perdo sempre e tanto che, te lo dico in confidenza, per il giuoco di questo mese, in sul momento mi trovo un po' al verde; ma di ciò tu non devi darti pensiero, quando me le puoi far entrare per domenica, quelle ottocento cinquanta lire, mi basta e sono contento.
La vita tornava ad accorciarsi al povero Prandino.