— No, ne avresti vinte cinque sole; ma siccome altre cinque le perdi già dalla puntata di prima, così avresti fatto pace.

— Adesso, dunque, si può giocare anche noi? — domandarono gli altri compagni, che, messi in ardenza dalla vista delle carte, erano stufi di restar là a guardare senza far nulla.

— Sì: puntate, signori!... Comincio il giuoco. Tu, Ariberti, se vuoi, puoi puntare anche più di cinque lire: io tengo qualunque posta.

Prandino giocava e beveva, e poi tornava a bere e a giocare mezzo stupidito.

Non riusciva a persuadersi a mettersi in testa ben chiaro che ognuno di quei gettoni d'osso, di un bianco ingiallito dall'uso, rappresentasse proprio il valore di cinque lire, e li puntava a casaccio, pazzamente, a due, a tre, e fino a dieci per volta!... La faccia gli si era fatta d'un pallore cadaverico, gli tremavano le mani e balbettava delle parole rotte, sconnesse che non avevano senso. In una giocata, chi teneva il mazzo avendo voltato un fante di spade così mal colorito da parere una puppattola invece d'un soldato: “To, to, la vecchia!„ si mise a urlare Prandino. — “Banco sulla vecchia! Voglio vedere se anche questa mi fa dannare! banco!„

Nessuno dei presenti rilevò l'ironia di tali parole: erano troppo assorti nel giuoco; ogni loro attenzione era là fissa, muta, instancabile, e non badavano ad altro.

Quando l'Ariberti domandò il banco, si levarono tutti dal loro posto e si avvicinarono a chi faceva il giuoco e voltava le carte lentamente; anche questi era pallido, convulso, e aveva un sorriso forzato che gl'increspava le labbra. Alla fine, dopo d'aver consumato quasi un mazzo di carte, scoprì il fante davvero, e Prandino guadagnò una grossa somma; tanto grossa che, se l'avesse conservata, avrebbe dato da vivere a lui e a mamma Orsolina per un anno, senza dover più ricorrere all'impiego promesso dal cavalier Pinocchio. Ma lui non se n'accorse neppure d'aver vinto. Tracannò d'un fiato un altro bicchiere di Chianti e sghignazzò borbottando che già le vecchie erano dalla sua e ch'egli sapeva bene come si dovevano prendere. Poi, tutte le volte che quel fante gli compariva dinanzi, sul tavolo, urlava, gli faceva dei brindisi e gli puntava sopra tutti i gettoni che aveva, senza nemmeno contarli.

Già, fossero state anche delle migliaia di lire, che cosa gliene sarebbe importato a lui? Se avesse avuto in mano il cuore e l'anima, anche il cuore, anche l'anima avrebbe buttato là su quel fante goffo, scolorito, che lo fissava con due occhi teneri, languidi, appassionati.... cogli occhi maledetti dell'Elisa!

Quando, dopo stabiliti gli ultimi tre giri, fu chiuso il giuoco e si cominciò a regolare i conti, Prandino era in perdita di ottocento cinquanta lire, che doveva a Badoero. E avrebbe perduto molto di più, se quei giovinotti avessero voluto approfittare del suo stordimento, ma invece, appena si accorsero che il conte di Vicenza era po' alticcio, gli rifiutarono delle puntate ch'egli gridava da ubbriaco.

Anche ottocento cinquanta lire, rappresentavano un disastro: il fallimento addirittura per il povero Prandino!