— A proposito, scusa, — e il Badoero tornò indietro chiamando Prandino, — domani ti vedrò al Lido, sicuro, non è vero?
— Sì.... probabilmente. — Prandino, adesso stentava a capire che cosa gli dicevano.
— Bada di non mancare. La principessa di Lentz vuol conoscerti personalmente.
— Grazie!...
.... Domenica?... per domenica ci vogliono i denari?... ottocento cinquanta lire.... — pensava Ariberti provando dei brividi in tutto il corpo, che lo facean trasalire. — Come trovarle?... Dove?... Eppure ci vogliono, ci vogliono ad ogni costo; e ci vogliono per domenica!... Prandino tentò allora di ricordarsi che giorno fosse della settimana, ma non ci riuscì.
La piazza si stenebrava a poco a poco, triste, silenziosa. In alto, il cielo bigio era corso da una folla di nuvolacci nerastri, fra gli strappi dei quali rilucevano ancora qua e là alcune stelle con bagliori incerti, sbiaditi.
Prandino si sentiva stanco, disfatto: le gambe non lo reggevano più, gli dolevano i piedi ammaccati dalle scarpe, aveva la testa grossa, pesante, e stentava a tener gli occhi aperti. Gli sembrò per un momento che se si fosse lasciato cascar per terra lungo disteso, lo avrebbe preso un sonno così forte dal quale non si sarebbe svegliato mai più. Si avviò verso l'albergo, curvo, traballante, con un tremito di freddo, inciampando nelle pietre disuguali della via, chiudendo gli occhi ogni tanto per riposare.
Nel cortiletto angusto della Gondola d'oro, cominciava ad esserci un po' di movimento per alcuni viaggiatori che dovevan partire colla prima corsa, ma dal portiere si vedevano le imposte ancor tutte chiuse, mentre le scale erano deserte e i corridoi si prolungavano muti fra le tenebre.
Prandino salì lentamente, tirandosi su, appoggiandosi di tutto peso alla maniglia, fermandosi ad ogni branca. Quando arrivò al primo pianerottolo e sostò alquanto per prendere fiato, caso volle che il suo occhio cadesse proprio sopra una fila di scarpe e di stivaletti messi là in un angolo dal facchino che più tardi poi li dovea pulire e lustrare. Tutta quella roba faceva un'impressione strana, curiosa. Ogni oggetto pareva avesse non solo la fisonomia, ma indicasse la condizione e ritraesse i costumi e le tendenze del proprietario. Vicino alla calzatura coi chiodi del touriste, c'era il borzacchino coi bottoni di madreperla e le ghette colorate del commesso viaggiatore. Accanto alla scarpa risolata del marito, col tacco basso e la pianta larga, comoda, c'era lo stivaletto lungo, sottile della moglie: poi lo scarpone di panno del nonno, e il sandalo foderato di tela della nipotina e gli scarpini verniciati del damerino: insomma parea di vedere tutti gli ospiti della locanda, schierarsi là ad uno ad uno colle loro macchie di mota, co' loro frinzelli, colle orecchie basse e le bocche socchiuse al respiro, o spalancate ad uno sbadiglio. Prandino fissò lo sguardo in quella mandata di calzature finchè scoprì uno stivaletto che aveva le ghette chiare e il tacco molto alto, e un po' consumato internamente. L'Elisa calzava attillato e il suo passo non era più tanto leggero.... Lo guardò a lungo, e sentiva la tentazione di accarezzarlo, di baciarlo, di portarselo via, quando all'improvviso fu preso da un senso strano di dispetto, da un impeto acuto di rabbia gelosa, che lo risvegliò brutalmente da quel suo stato di dormiveglia: lì, sopra la ghetta chiara dello scarpino d'Elisa, era stato buttato uno stivale colla suola grossa all'inglese, e la tacca degli speroni nel calcagno. Prandino non aveva alcuna ragione di dolersi: era ben naturale che gli stivali del numero quarantatrè si trovassero insieme colle scarpe del numero quaranta! Ma tant'è, il povero innamorato non potea darsi pace!....