— Adesso non ho bisogno di te; va' pure a fare la tua merenda.
— Grazie, signor Conte.
Il villano gli fece dietro alle spalle una smorfia da scimmia, poi infilò un'altra viottola, passò dall'uccelliera a prendersi la sporta col suo desinare, e a un mezzo tiro di fucile all'incirca dalla ragnaia si sedette sopra l'erba folta della riva che divideva il campo vicino dal paretaio. Di tanto in tanto, fra un boccone e l'altro di polenta, il ragazzaccio però tornava a grattarsi la nuca e a fissare il casotto con certe mossacce maligne.
Là dentro, in quella tana angusta, oscura, dove il sole penetrava appena con qualche striscia minuta, con qualche punto luccicante, dagli spiragli invisibili, sparsi in quel fitto congegno di fronde, di tronchi d'albero e di stuoie, Elisa e Ariberti, tutti due vicini, tutti due seduti sopra una panchina corta, ristretta, avevano già ricominciato a discorrere d'amore.
— Che cosa avete pensato di me, iersera?
— Che siete molto buono.
— Troppo forse?
— Oh! No!.... Vi voleva bene prima.... ma adesso ve ne voglio anche più.
Prandino l'aiutò a levarsi il cappello che posò sopra un trespolo ch'era lì presso: poi tornò a sedersi sulla panchina con lei, che in quella oscurità non ci perdeva nulla, anche senza velo.
— Perchè non dite te ne voglio anche più?