— Andremo ancora un'altra sera in gondola; e prenderemo con noi anche Cecilia, non è vero? — L'Elisa aveva detto ciò per ischerzo, ma vedendo che l'altro in acqua come in terra prendeva il cappello colla stessa facilità. — Non arrabbiarti, permaloso che sei — aggiunse subito — non capisci che l'ho detto per ridere?
— Dammi la mano....
— No....
— Dammi la mano!
— No. Non fare scherzi, sai: non mi accomoda! — E l'Elisa si voltò per ritornare verso lo stabilimento.
— Oh Dio! — esclamò — quanto ci siamo allontanati.
Difatti sulla sabbia bigia della riva, i bagnanti che vi formicolavano qua e là, sembravano altrettanti bambini: lo stabilimento basso, angusto, ristretto, pareva poco più grande d'un balocco.
Nuotavano tutti e due adagio adagio, senza parlare: lui un po' indietro, intento cogli occhi per iscoprire sotto l'acqua tutti i movimenti dell'Elisa, e lei godendosi, colle pupille socchiuse, il barbaglio della luce calda, molle, snervante, che sollevava dal mare un odore acuto di alghe e di sale.
— Chi è quel cappellone laggiù, che nuota dritto verso di noi? — chiese Prandino, sempre pieno di sospetti, alla sua compagna, indicandole un coso lontano che sembrava una zucca gialla, galleggiante a fior d'acqua.
— Non so, non vedo nulla — rispose l'Elisa. Però, la perfida non diceva la verità nemmeno questa volta!... Tanto è vero che increspò le labbra a un sorriso di soddisfazione e che, colla scusa di accomodarsi di nuovo il cappello, levò fuori dell'acqua un braccio bianchissimo, grassotto, che ebbe così, grondante sotto il sole, un momentaneo luccichìo. Poi tornò a nuotare di fianco, molto di fianco, allungando e allargando i movimenti.