— Ti dico che quello là ci viene incontro! — tornò a ripetere Prandino coll'innocenza che gli era abituale. Ma poi, quando si avvicinarono ancora di più ed egli potè adocchiare chi ci stava sotto il cappellone, il suo povero cuore gli cominciò a saltar dentro come se gli battesse la furlana e quella larga distesa d'acqua azzurra gli girò attorno alla vista.

— Contessa.... arriva da.... Trieste?!

Maledizione! era proprio lui, il Maggiore!

— Addio Del Mantico! Ritorno col conte Eriprando, da una bellissima traversata.

L'Ariberti non potè dire una sola parola: per superarsi, per vincere la commozione di quella sorpresa così sgradita, accelerò troppo i movimenti, però lo prese un po' d'ansia, d'affanno, e, mentre gli altri due si scambiavano dei complimenti graziosissimi, lui diede giù una bevuta così abbondante, che lo fece starnutire per un pezzo.

— Conte, si beve?

— Si beve e si beve amaro!

Prandino continuò a sputare, a schiarirsi la gola, e a soffiar l'acqua dal naso.

Il Maggiore, veduto in maglia da bagno, non era avvenente per nessun verso. Egli non aveva la malizia dell'Elisa, che nuotava di fianco, e però si vedeva tutto, così grasso e grosso com'era, col collo corto e largo, col petto setoloso, mentre i baffi gli pendevano molli, cadenti, rendendo buffo quel suo faccione tondo, bruciato dal sole.

— Lo sapeva, Maggiore, di trovarmi al Lido?