Quando venne il momento di dover pensare ad una professione pel contino Eriprando, la buona donna si sentì stringere il cuore; ma, vedendo anche lei che, senza far nulla non avrebbe potuto vivere, volle almeno ch'egli s'avviasse all'avvocatura.

Lo fece studiare..... e trovò modo, Dio solo sa con quanti stenti e con quanti sacrifici, di mantenerlo all'università: ma quando già era dottore, Prandino stesso comprese da sè che anche colla laurea avrebbe finito copista in qualche studio: il genio forense gli mancava del tutto. Allora, facendosi più sentito il bisogno di guadagnare, si decise anche lui a trangugiare l'amaro calice e cercò un impiego nelle ferrovie. Adesso che lo abbiamo imparato a conoscere, aveva già mandato le sue carte, aveva passato benino gli esami.... ma continuava ad aspettare l'impiego, che si prometteva e non arrivava. Mamma Orsolina, del resto, non disperava. Era sicura che col suo nome Prandino avrebbe fatto una bella carriera e figurandoselo commendatore e capo-traffico, non lo vedeva, per il momento, alla vendita dei biglietti ed alla spedizione delle merci. Certo che se il parentado degli Ariberti lo avesse voluto aiutare.... ma l'Orsolina non si lamentava di nessuno. I parenti non le erano venuti incontro, quest'è vero: ma i parenti, si sa bene, per queste mosse hanno sempre le gambe troppo corte, e poi nemmeno lei li era andata a cercare. D'altra parte era troppo buona per sentire dell'odio, dell'invidia, o solamente dell'amarezza, per alcuno: ella sopportava tutto in santa pace, ed era più che soddisfatta, felice, quando le domeniche d'estate andava in Campo Marzo, tutta chiusa nella sua mantelletta di seta nera, in compagnia della signora Luciana, una zitellona che teneva in affitto da molti anni le due disponibili delle quattro camerette, e le poteva dire, indicandole i più splendidi equipaggi che passavano al trotto: — quella signora là, è la marchesa tale, seconda cugina di Eriprando: — quell'altro signore è il conte così e così, terzo cugino di Eriprando: — adesso arriva il principe Caio, fratello d'un cognato d'una cugina di Eriprando — e con queste indicazioni la durava per tutto il passeggio, e la domenica vegnente ricominciava da capo, senza che mai ne dimenticasse un solo!... Quando poi rientrava in casa, dopo il corso di Campo Marzo, era tutta beata: le sue stanzette le sembravano più grandi, più lucente il cassettone, più morbido il canapè: e a cena, la sua polenta asciutta le parea dolce e saporita come un marzapane.

Mamma Orsolina, anche quella notte continuava nel suo lavoro, e il conte Eriprando, secondo il solito, quantunque del bene gliene volesse, non si sentiva rattristare dallo spettacolo di quella vecchiarella che si affaticava per lui. Era un po' viziato l'amico: era stato avvezzo a esser servito: e poi, colla propria coscienza si accomodava facilmente, pensando che s'egli l'avesse anche sgridata, tanto e tanto quella buona donna non avrebbe voluto intender ragioni.

Non le disse nulla dunque, ma invece si mise anch'egli a far qualche cosa. Prima di tutto si levò l'abito nero e tenendolo sollevato con una mano, coll'altra ne cavò, dalle tasche, il portasigari, un portafoglio di cuoio con una corona d'argento nel mezzo, dono della contessa Navaredo: un fazzolettino di battista che aveva pure una gran corona da conte ricamata in un angolo, capolavoro di mamma Orsolina, e un paio di guanti scuri, piegati a mezzo. Tutta questa roba la collocò in ordine, sul tavolino, e poi cominciò a ripulir l'abito ben bene.

La contessa Elisa usava di nascondere colla cipria l'impertinenza dei capelli bianchi, che qua e là cominciavano a comparire nell'ampio volume della chioma bionda, e perciò, dopo i loro colloqui, il conte Eriprando rimaneva tutto bianco di farina di riso. Anche quella sera, mentre colla spazzola dissipava le amorose tracce, un profumo di cipria all'opoponax lo avvolse come in una nuvola, sollevandogli nella mente, nel cuore, nei sensi, dei ricordi, che lo facevano vagar lontano da quella povera stanzetta, fino al canapè dei cinque minuti.

Quando l'abito fu spazzolato, il conte Eriprando lo posò delicatamente sul divano, piegandolo in quattro, colle fodere fuori. Quell'abito avea da sostenere una gran parte alle bagnature; figuratevi che, come si suol dire, era figlio unico di madre vedova!... Poi, venne la volta dei guanti; prese un piccolo calamaio d'osso, una penna, e, sedutosi, sempre in manica di camicia, vicino a una lucernetta, cominciò adagio adagio e con molta pazienza, a colorir coll'inchiostro dove la pelle era un po' consumata.

Il conte e la contessa erano così occupati da una mezz'ora, quando dopo un “si può„ che ebbe risposta affermativa, s'aperse l'uscio che dava sulla scala, ed entrò nella stanza una figura nera, lunga, ossuta, tanto da non potersi indovinare, a prima vista, se fosse un prete o una donna. In mano aveva un bicchiere, pieno, per due terzi, di caffè.

— A lei, contessa Orsolina; ho fatto il caffè fresco e gliene porto una mezza chicchera.

La signora Luciana non aveva mancato mai, in tanti anni di fitto, di chiamare contessa l'Orsolina: anzi ci teneva di rimbalzo a tutta quella aristocrazia, perchè già i titoli, anche quando non cavano la fame, riempiono la bocca.

Il conte Eriprando salutò la signora, senza scomporsi, con un inchino cordiale e dignitoso a un tempo, e continuò tranquillamente a tingere i guanti.