La contessa Orsolina, cascasse il mondo, non sarebbe certo rimasta in casa in una di quelle tre sere.—Figurarsi!—La Rosalia se la godeva tanto!—E pensava, invece, che se l'Agnese avesse avuto un solo briciolino di sentimento, non dovea neppur fiatare, in una simile ricorrenza.
E si rodeva vedendola «per tutta la sera andare in su e in giù come un allocco, tenendo la Rosalia in braccio con un mal garbo che faceva dispetto!»—Sempre con una faccia imbroncita, senza mai dire una parola, senza nemmeno voltarsi a guardar l'Arena, illuminata dal bengala, ch'era proprio un «effetto magico!»
In Piazza Brà ci fu un momento in cui una brigata di giovinastri avvinazzati passando vicino all'Agnese e vedendola camminare così trasognata, per burlarsi di lei, le intronarono la testa improvvisamente, con uno squillo rauco di certa lor tromba stonata.
—«Figurarsi!» esclamava dopo, al Caffè, la signora, nel riferire la scena.—Figurarsi! quella mummia s'era messa a piangere, mentre la mia Ciocina batteva le sue manine gridando dall'allegrezza: «Evviva sonatori!»
Poi mentre la Contessa si disponeva ad andare a letto (al tocco dopo la mezzanotte, chè il baccano era durato tardi), nel licenziare la bambinaia, rinnovò, in forma di epilogo, una succosa paternale.
—«Badate che sono stata indulgente fino ad ora, ma che sarò d'or innanzi assai più severa. La vostra disgrazia deve farvi mettere il capo a partito, e non dovete fingervi oppressa dal dolore per abusare della mia bontà e mancare al vostro dovere!» Il conte Venceslao era già in letto, e a questo punto cacciò la testa sotto le lenzuola, fingendo di dormire.
—«Da domani, vita nuova!» continuò la matrona che in camicia, così disciolta com'era, pareva ancor più corpulenta. «Vita nuova, se no: guardatemi!»
La bimba avea in una mano il lume e lo scaldaletto; sul braccio le vesti della Contessa. Nell'altra mano due paia di scarpe, e sull'altro braccio tutti gli abiti del conte Venceslao.
—«Guardatemi!» ripetè più forte la Contessa.
Agnese spinse fuori il visino pallido fra quel mucchio di roba.—«Di voi…» e qui la padrona, rifece, gravemente e lentamente, l'atto famoso di Pilato: «di voi, me ne la-vo le ma-ni!»