—«A me Santa Lucia porterà l'abitino bello, a te niente!… A me, le chicche bone… a te niente!… a me… pru… pru… a te niente!» canticchiava Rosalia, la vigilia della festa, per mortificare l'Agnese.

Ma alla povera bambinaia non facevano gola nè l'abitino, nè le chicche, nè il cavallino di legno. Essa pure aspettava con ansia, quasi con angoscia, il regaluccio di Santa Lucia; ma era ben altro: erano i denari del viaggio per andar a trovare la mamma ammalata.

E aveva tanto pregato per ottenere i quattrinelli occorrenti, ed era tanta la fede della ragazzina buona, ch'ella si teneva proprio sicura, in cuor suo, di essere esaudita.—«Anche la Rosalia non aveva sempre ottenuto dalla Santa tutto ciò che le avea domandato?—La contessa Orsolina non assicurava la figliuola che l'abito di velluto cremisi, e il pru-pru lo avrebbe avuto di certo?… E dunque? Perchè avrebbe dovuto negare proprio a lei, que' po' di soldi?…—Sì, sì; era certa di rivedere la mamma!»

—«Guarda un po', se non ho ragione di dire che nel cuore ci ha tanto di pelo quella croata?!…» diceva al conte Venceslao la contessa Orsolina. «Non l'ho mai veduta così gaia come adesso che sua madre sta per crepare!»

Ma ottenere il miracolo di veder la mamma, per l'Agnese voleva anche dire vederla guarita. E ogni momento tirava fuori di sotto al lettuccio la scatola di mostarda senza coperchio, dove c'erano riposti i confetti che le avevano regalato in principio, e tutto ciò ch'essa aveva potuto raccattare giorno per giorno, spazzando le camere, e che pensava di portare a Menico «quando fosse ritornata al paese». Erano le scatolette vuote dei cerini, i rocchetti del cotone, le capocchie di vetro degli spilli rotti, i vasettini delle pomate, senza il turacciolo, e in fine un mazzo di carte vecchie, al quale non mancavano altro che il tre di denari e il fante di spade. Per la bimba pareva tutto ciò un tesoretto, e un tesoretto, certo, doveva sembrare anche a Menico. Ma la Rosalia aveva spiata la bambinaia quando stava disponendo le sue robuccie; aspettò appunto che andasse per abbigliare la mamma, entrò nella soffitta, si spinse sotto la cuccia, tirò fuori la scatola, e portò via ogni cosa.

Appena Agnese ritornò, e non trovò più le sue ricchezze, e le vide poi fra le mani di Rosalia che ne faceva sterminio, sentì un gran dolore, e lì per lì, si sciolse in lacrime, mentre la contessina rideva e beffava la Tata «brutta, bruttaccia!» Ma presto si fe' cuore, offrì alla Santa quel nuovo patimento, e si sentì più sicura di ottenere la grazia invocata.

Quella notte che Santa Lucia doveva passar da Verona, Agnese pregò per ore ed ore inginocchiata a piè del lettuccio, sul pavimento diaccio, tremando di freddo nella lacera camicina. Ma era riscaldata dal fervore stesso della sua fede. Anche la bambinaia avea ottenuto di mettere il suo piattino d'avena per il buon asinello vicino al vassoio ricolmo di Rosalia, e pregò, pregò, pregò tanto che finì per assopirsi così inginocchiata, col capo appoggiato sul saccone. Allora sognò la mamma bella che le veniva incontro alla fermata della diligenza; sognò il prato dietro la casuccia, sparso di margherite e di papaveri rossi sfolgoranti, e sognò di correre con Menico all'aria aperta accompagnata dai latrati festevoli di Parigi, che echeggiavano nella valletta tutta verde.

Fu destata assai prima di giorno dalle grida di allegrezza della piccola Rosalia.—Si vestì lesta, lesta, col cuore che le palpitava; ma non osò correre in salotto, non osò muoversi, aspettando di essere chiamata…—Ma perchè tardavano tanto?… Che non vi fosse nulla per lei?…—E affrettatamente, ma con un fervore intenso, supremo, recitò un'altra avemmaria.

—«Tata, Tata!» strillò infine la padroncina.

La chiamavano! Dunque la Santa l'aveva esaudita!…