La sentinella che guardava lo steccato che circondava quel casamento, riconosciutili amici, aperse loro il cancello, per cui entrarono in vasto cortile ove i lavoratori destinati alla scôlta notturna, per ricrearsi, alimentavano una larga fiamma abbruciando frantumi di rotte o fracide navi: visto ch'ebbero Gabriele, gli furono rispettosamente dintorno; ed ei fece tosto richiedere di Prospero Onallo genovese, mastro de' fabbri e capitano dell'arsenale. Abbenchè questi si stesse a riposo, udito ch'ebbe l'annunzio della venuta del fratello del signor Gian Giacomo, persuaso fosse di ritorno da qualche spedizione lontana, abbandonò le coltri, gli corse incontro procurando ad esso lui ed a chi seco era, quel più cortese accoglimento che gli fu possibile, e che a lui incumbeva siccome stipendiato del Medici, ed in ogni cosa da lui dipendente.

CAPITOLO TERZO.

Forastier, che fermo il passo
Guardi in su l'alta fortezza,
Sappi ch'era alpestre sasso,
Squallor tutto ed orridezza;
Ma poi vinse la natura
Dell'artefice la cura.
Vedi là quei che costrutti
Son lavor sull'aspra schiena
A intervallo in su condutti?
È di forti una catena
Che la ripida montagna
Fino al termine accompagna.
IL FORTE DI FENESTRELLE,
di G. Tagliazucchi.

Allorquando tra i popoli arde accanita la guerra, nulla v'ha che intentato si lasci che recar possa a vicenda distruzione e ruina. Ciò che natura creava a pro' dei viventi, ciò che le arti e le scienze rinvenivano a beneficio degli uomini, vien rivolto con assidua cura a loro danno e sterminio. Avvenne per tal modo che le meccaniche e la chimica affinando i metalli, perfezionarono e moltiplicarono colle armi gli stromenti di morte, e gli astrusi studii degli astri, dei venti, e la nautica ingegnosa servirono a guidare lontane nazioni a ricercarsi sulla profondità dei mari, e scontratesi commettere battaglie più tremende di quelle che mai si vedessero sovra solidi piani, quindi i laghi e persino il placido corso de' fiumi divennero sanguinoso teatro di guerre e di stragi.

Nè la ridente Italia, perpetuo campo di bellicose imprese, offrendo numerosi arringhi ad ogni sorta di lotte armigere, poteva andar esente dal contemplare nel proprio seno anche pugne navali. Più e più volte il Leon di San Marco inalberato sulle sue repubblicane navi risalì il Po ad azzuffarsi colla vipera de' Visconti o sola, od innestata negli stemmi Sforzeschi: l'Adige, l'Adda portarono barche guerriere, e sull'onde di Garda e del Verbano galleggiarono intere flotte. Ma fra l'acque che si stendono a specchio degli Insubri monti, quelle su cui il furore belligero si dispiegò più fiero ed ostinato si furono pur sempre le Lariane. Oltre gli indigeni abitatori, tra cui durarono continue discordie, i Romani, i Longobardi, gli Elvezii e le genti Ispane, Galliche ed Alemanne pugnarono navalmente sul lago Comasco: qui si sfidarono da inveterato odio sospinte le fazioni Guelfe e Ghibelline: e come i mari di Panama e del Messico ebbe pure questo lago i suoi filibustieri, e furono i Cavargnoni, che sbucciati dai dirupi delle loro montagne lo occuparono per alcun tempo mettendo ogni luogo che assalivano a ferro ed a fuoco.

Ma dopo secoli di guerre colà combattute era serbata la gloria ad un privato cittadino dell'allora dominante Milano, di creare su quel lago forze navali sì numerose e imponenti, che tali per l'addietro non s'erano vedute giammai, e costringere i suoi nemici a disporne altrettante onde combatterlo e frenarlo. Fu questi, come ben si comprende, Gian Giacomo Medici, la cui flotta composta di moltissimi legni avrebbe potuto in que' tempi veleggiare temuta anche sul mare. Nulla aveva egli posto in trascuranza onde le sue navi riuscissero di grossa portata e fossero con solidità ad un tempo e prestezza costruite ed armate: e potè per l'impegno e i mezzi da lui adoperati al perfezionamento di quelle fabbricazioni avere dai proprii cantieri il celebre Brigantino di cui ci accadrà sovente far parola.

Fece desso erigere arsenali in varii siti, e chiamativi uomini periti nelle arti marinaresche per dirigerne le opere. Il più vasto però e il più d'artefici ed attrezzi provveduto era quello di Musso, siccome prossimo al Castello, e perciò con maggior facilità difeso e sorvegliato. Maestro Onallo il Genovese, che, come vedemmo, n'era capitano, lo aveva conformato a perfetta simiglianza degli arsenali di mare. Era quello un edifizio di non molta larghezza, alquanto lungo, e in varii scompartimenti diviso, ciascun de' quali conteneva un'officina d'arte diversa, spettante all'armeria od alla nautica. Quivi erano macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le gomene e il cordame minore, fucine pei fabbri: quivi scortecciavansi gli olmi ed i pini per alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per calafatare i navilii. Trovavasi in quell'arsenale il quartiere degli spadai, de' fabbricatori delle alabarde, degli archibugi e d'altre simili armi da braccio, non però di quelli delle grosse artiglierie, alla costruzione delle quali richiedevasi tanto dispendio e sì gran numero d'operatori, che appena i più gran re e le possenti repubbliche ne possedevano le fonderie: e infatti il Medici aveva le sue artiglierie comperate in parte dai Veneziani, e in parte conquistate ai Francesi. Dal lato del lago dove il lido scendeva con insensibile pendío nelle acque eranvi molti casotti schiusi di fronte, in cui stavano appuntellate sovra congegni di travicelli le barche in costruzione, le quali condotte che erano a compimento, venivano lanciate nel lago, lasciandole scivolare sovra un piano di curli all'uopo apprestati.

Il dar de' martelli, il rintronar delle incudini e de' percossi fianchi delle navi, lo stridere delle seghe e delle lime, il gridare de' lavoratori, il rumoreggiare universale annunziarono di buon mattino l'operosità che per tutto regnava in quell'Arsenale. Maestro Onallo, disceso dalle sue camere, accompagnando Gabriele e Messer Tanaglia, mentre attraversava con loro le officine, veniva incessantemente circondato dai capi delle arti, dai sovrastanti, dai custodi de' magazzini che avevano a richiederlo intorno alle opere fatte, o addomandavano istruzioni per quelle da intraprendersi: ma egli ne li faceva scostare non porgendo orecchio ad alcuno, intentissimo a prestare ogni ufficio di cortesia a que' due che disponevansi a partire di là. Gabriele aveva già fatto ricercare di Falco, dicendo che non sarebbesi di quivi allontanato senza di lui, onde questi dopo aver avuto una mattutina conferenza con Trincone e Guazzo, se ne stava attendendolo alla porta dell'arsenale, appoggiato a suo moschetto. Quivi venuti presero commiato dal Mastro Genovese, che sino alla soglia li volle seguire, e si misero di compagnia sulla strada del Castello.

Il vento del lago che suol spirare da tramontana dal far del giorno sin presso a mezzodì, e chiamasi Tivano (forse dal corrotto accozzamento delle due francesi parole petit vent perchè non soffia mai nè furioso nè gagliardo), aveva quel mattino scacciate le nuvole e i nebbioni di che era stata tutta ingombra l'atmosfera il dì antecedente. Splendeva quindi limpido il giorno, e le montagne spazzate e nette innalzavano le loro acute sommità dorate dai raggi nascenti del sole, disegnandole sovra l'azzurra vôlta del cielo, le acque del lago leggermente increspate dalla brezza mattinale, riflettendo il sereno dell'aria, mostravansi cilestrine, qua e là più vivacemente screziate da alcun raggio solare che trapassando pel vano delle valli veniva a dardeggiar su di loro.

Gabriele con Falco e Messer Tanaglia andavano di buon passo sulla strada che costeggiando il lago correva dritta verso il Porto del Castello, presso il quale era l'entrata comune alla fortezza. S'incontravano per quella via gran numero di persone, ed erano soldati, barcaiuoli, contadini e contadine con canestri e provvigioni di pollami, di granaglie, di frutti che recavansi al Castello, o da questo ne venivano per varie bisogna al borgo di Musso. Vedevansi pure gli abitanti d'altri paesi guidando bestie con alte some venire a mercanteggiare in quella Terra, ch'era allora la Capitale della costiera; miravansi altresì ricchi signori che vi si conducevano a diporto montati sovra cavalli doviziosamente bardati, su varii de' quali sedevano in groppa donne o fanciulle strette in abiti eleganti alla foggia dei tempi: fra mezzo a questi camminava alcun viandante e pellegrino costretto a battere quella strada onde evitare le vessazioni del viaggio per barca: e siccome l'opposta sponda e tutte le alture dei monti erano occupate da vedette e da guardie, e difese dalle artiglierie, non rimaneva alcun libero passaggio per chiunque avesse d'uopo oltrepassar Musso, sì movendo verso l'Alpi che procedendo alla volta di Como, fuorchè quella strada medesima praticata sulla riva. Passava questa a piedi del Castello sotto un lungo arco di massicce mura che formava una gran porta detta la Porta di Musso, la quale appoggiava il suo fianco sinistro (guardandola dalla banda di Musso) all'ultimo baluardo del Castello, ed il destro alla muraglia del porto, per cui la strada correva per lungo spazio tanto al di qua che al di là di quell'arco fra ruvide e grosse muraglie ristretta. Presso la Porta di Musso, che era munita da ambi i lati da battenti coperti di lamina di ferro, e rafforzati interiormente da travi stavano sempre gabellieri e uomini d'armi, gli uni destinati a riscuotere le tasse delle mercanzie che di là transitavano a norma delle gride bandite dal Medici, gli altri per esaminare i salva-condotti de' passeggieri più ragguardevoli e notare chi si fossero ed a che venissero.