Intanto Gabriele, Falco e il Cancelliere, passando sotto oscura vôlta e salendo un'angusta scala, erano entrati nella stanza delle guardie ove vedevasi una lunga fila d'archibugi a ruota appoggiati alle pareti, colle miccie accese, e vi stavano sempre uomini d'armi seduti intorno a rozze tavole a giuocare od a novellare bevendo. Di là per un'altra scala praticata nella spessezza del muro riuscirono ad una picciola spianata superiore a quella prima fortificazione ch'era il baluardo fatto erigere dal Triulzo, e che chiamavasi allora la Casa del Maresciallo. Così di scala in scala, le quali scorgevansi o cavate nel masso, o su quello costruite, ascesero alla Rocca de' Visconti, che appellavano la Torre del Biscione, e da questa alla Rocca di Sant'Eufemia.

Quando stavano per porre il piede sull'ultima gradinata, che si era quella che adduceva al più alto edifizio detto il Forte del Medici o del Castellano, videro uscirne tre personaggi che alle vesti mostravansi capitani, i quali seguiti da altri molti, si diedero a calare correndo al basso. Gabriele e Maestro Lucio conobbero ben tosto che l'un d'essi era il Borserio comandante l'antiguardo della flotta, e gli altri il Negro e Pirro Rumo capitani di navi; presumendo che scendessero per qualche premurosa fazione navale, li attesero allo spaldo onde non recar loro inciampo mettendosi per le scale che ristrette erano. Disceso che si fu alquanti gradi il Borserio, s'avvide d'essi loro, e raffiguratili, fermossi d'un tratto, alzò le braccia cogli indici stesi verso di essi, ed "Ecco, gridò, ecco Gabriele e il signor Cancelliere, essi medesimi in persona tornati sani e salvi al Castello. Come adunque ci si vien dicendo che gli Spagnuoli gli agguatarono e li presero? non hanno dessi in compagnia Falco di Nesso? egli è ben lui quel del berretto di rete e del moschetto. Salite, salite (e così gridando con maggior forza li salutò delle mani), venivamo a ricercar di voi, giacchè volevano farci credere che foste dati nel laccio della gente di là giù, e ve ne andaste seco loro stretti alla catena?"

"È pur vero, rispose Gabriele montandogli all'incontro, v'avevamo incappato, ma vi fu chi tagliò il nodo e ci rese libero il corso a ritornarcene a Musso".

"Mai sì, che s'aspettavamo che veniste voi a scioglierci dalla ragna, disse Maestro Lucio, stavamo freschi! ci traevano a loro posta gli occhi, il sangue, la pelle e giungevate in tempo come il soccorso di Pisa!"

Sfilarono di comitiva su per le scale, chiamandosi e rispondendosi l'un l'altro del modo in cui era ita la cosa, e pria che pervenissero al Forte, scorsero nuovamente uscir frettolosi da quello due altri capitani col valletto di Luca Porrino, ed erano il Mandello e il Pellicione; questo, veduti i primi che retrocedevano, arrestatosi: "Che il malanno vi colga! esclamò con ira. Perchè non siete ancora nelle vostre barche? Qual diavolo vi porta indietro?" "È qui il signor Gabriele; è qui il Cancelliere", ripeterono più voci. "Oh che siano i ben venuti! ma per la spada di san Michele! (era il suo intercalare) come va questa faccenda? o tu hai mentito per la gola, disse rivolto al valletto, o Luca Porrino era più briaco del consueto quando ti ha spedito. Dimmi tosto il vero, o per..." "Che vale lo spaventare questo ragazzo, l'interruppe placidamente il Mandello: essi son giunti, nè serve cercar più oltre; ritorniamo tosto a renderne avvertito il signor Castellano".

La porta del Forte rimanevasi sempre aperta, non necessitando quivi gran cautela di difesa, poichè non pervenivano colà che gli abitanti del Castello, o le persone che erano già state alle altre porte riconosciute: ciò non pertanto andava dessa munita di pesante saracinesca, tenuta sospesa da grosse catene di cui vedevasi il battitoio nell'imposta: stavano su quella a continua guardia quattro uomini d'armi coperti di tutta armatura colla lancia e lo scudo; al passare dei rientranti Capitani in compagnia di Gabriele quelli posarono le lancie al suolo, portando lo scudo al petto, e questi resero il militare saluto.

Attraversato un porticato, entrarono nella parte dell'edificio abitata da Gian Giacomo. Le stanze non ne erano nè eleganti, nè adorne di ricche mobiglie: le principali avevano appesi alle pareti alcuni ampii e vecchi quadri, su cui stavan dipinte battaglie, o ritratti di prelati e di guerrieri ch'erano gli antenati de' Visconti o del Triulzo, poichè il Medici non s'era curato di possederne de' proprii: le tavole e le scranne erano di legno foggiate all'antica e coperte di cuoio.

Per quelle camere vedevasi una folla di persone d'ogni grado, sì civili che addette alla milizia, notai, magistrati, uomini di chiesa, i quali tutti stavano in aspettazione d'essere introdotti dal Castellano onde esporgli le proprie bisogna e chiamarne provvedimento. Sull'entrata della sala ove Gian Giacomo dava udienza a' suoi vassalli, vedevansi due sergenti d'armi, armati di corazza e di picca, che rattenevano l'affluente moltitudine. Allorquando giunse colà il valletto venuto messaggiero da Corenno, era stato agli aspettanti dato avviso che alcun più non s'avanzasse sinchè non ne ricevessero nuovo ordine. Molti a tal cenno partirono, e gli altri, fatti dall'impazienza e dalla curiosità fra loro amici, si riunirono in piccioli crocchii ragionando e fantasticando in cento guise.

"State a vedere (diceva un mercante di drappi Bergamasco venuto a chiedere la diminuzione delle gabelle imposte sulla propria merce, trattosi nel vano d'una finestra accanto ad un curiale, ad un frate e ad uno schioppettiero Mussiano), state a vedere che i fabbricanti di Chiavenna mandano ad offrire una gran somma al signor Medici onde faccia chiudere il passo ai panni delle nostre gualchiere: cercano ogni mezzo per ruinarci, se non basta la guerra a trarci in miseria; le pescano tutte per farci del male: ormai un povero mercante non sa più come tenersi in piedi".

"No, no, no, rispondeva gravemente il Frate, quel corriere mostrava in volto troppo turbamento, per essere un messo di buon augurio; io lo direi portatore dell'annunzio di qualche sconfitta data dai Ducali agli uomini di Monguzzo o di Lecco".