"Qui, gridò il secondo, qui ci siamo posti da noi, e qui staremo: che bravate son le sue? venga, venga, e, per la spada di san Michele! gli daremo tal lezione che tutto l'oro delle sue Indie non varrà a pagarla!"
Gian Giacomo, ch'erasi dimostro compreso d'ira alla narrazione del rifiuto a lui dato dal Re francese, all'udire le imponenti proteste e le minaccie di Carlo apparve calmo, nè altro lasciò scorgere in volto che un sardonico sogghigno; dopo il quale impose silenzio ai Capitani, e chiese ai suoi due messaggieri in quale stato si trovasse la Svizzera, ed in ispecie i Cantoni Alemanni.
"La face della discordia arde tra loro, continuò Volfango: le dispute di religione cangiate in aspre risse hanno fatte impugnare le armi agli abitanti delle Elvetiche valli, e le nuove dottrine si spandono col sangue e colle stragi. Zuinglio combatte Lutero, ed un nuovo riformatore, Calvino, si oppone ad entrambi. Berna e Zurigo, le più potenti, hanno distrutte ed arse tutte le sacre insegne del Cattolicismo: Lucerna, Svitz, Uri ed Underval, fide ai precetti di Roma, si danno mano per sterminare l'eresia. Uomini stranieri di varii partiti aizzano l'ire soffiando nelle fiamme dell'odio e della vendetta; intanto Carlo rammenta l'antica potenza de' Duchi d'Austria in quella terra, e la Francia non dorme: e voi, siatene gioioso, o Castellano, poichè soccorsi nè d'uomini nè d'oro più da colà non perverranno alla Lega vostra nemica, la quale non tarderà essa pure a sentire i morsi della rabbiosa smania delle contese de' novelli principii che con favore accolse e da cui è in più parti invasa".
La conferma sì evidente e sicura d'una tanto vantaggiosa novella, di cui s'aveva prima incerto sentore, mitigò nell'animo del Medici i torbidi pensieri destati dalla mal riuscita d'entrambe le ambasciate. Ei vedevasi bensì decaduto da ogni speranza di sovrano sostegno da lui sì lungamente nutrita, ma la tempesta che il minacciava era lontana ancora, e le nubi non annerivano che d'una striscia l'orizzonte del suo politico cielo; i nemici attuali erano più ostinati che invincibili, e se le guerre intestine forzavano la Lega Grisa ad allentare la foga degli assalti, egli poteva per lunga pezza tenere piede fermo contro il Duca. L'Imperatore doveva avere altro ad attendere che a mandare eserciti contro di lui; d'altronde in que' monti i battaglioni regolari e la cavalleria non potevano nè dispiegarsi nè campeggiare: egli era certo della fede de' proprii capitani e delle bande de' suoi armati, possedeva un Castello quasi inespugnabile e una flotta numerosa, quindi il ridurlo agli estremi non doveva essere l'opera d'un istante, e poteva ancora ricorrere a cento mezzi di soccorso. Fatte rapidamente simiglianti riflessioni, s'alzò, e stendendo la mano a que' suoi fidi: "Abbiamo scoperto, disse ilaremente, che pensano di noi i due gran Re: conosco che m'ingannai, credendo abbisognare di loro protezione: noi sapremo da noi stessi tenerci indipendenti e liberi a Musso più ch'essi nol siano a Parigi ed a Madrid: che nessuno sappia quanto fu qui detto tra noi". Ed uscendo di là, salutò ad uno ad uno con misterioso sorriso quelli che recaronsi in altre parti del Castello, ritornando esso col Pellicione nelle proprie stanze, ove sino a notte avanzata si trattenne seco lui in animati colloquii.
CAPITOLO QUINTO.
Era sereno il ciel, splendea la luna
Ridente a mezzo della sua carriera;
Nessun fragor s'udia, voce nessuna:
Sol quella universal quiete intera
D'improvviso venia rotta talvolta
Dal grido dell'allarme d'una scolta.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dall'alto spaldo del veron qual era
Grande della persona ed aiutante
Al lunar raggio discopríala intera
Il desioso sguardo dell'amante.
GROSSI, Ildegonda, P. 1.º
La più alta e maestosa torre del Castello di Musso quella si era che sorgeva nel Forte di Gian Giacomo, posto, come dicemmo, nella parte più eminente di esso; elevata dominatrice di tutte le merlate mura dell'acclive Fortezza, potevasi propriamente ad essa sola applicare il nome di vedetta del lago. Le mura de' suoi fianchi e le quadrate pietre che ne munivano gli angoli, allora recentemente eretti, non erano stati per anco imbruniti dalla mano del tempo, nè miravansi dal musco e dai serpeggiamenti dell'edera rivestiti; onde quella torre giganteggiava alla vista del lontano riguardante, ben distinta pel suo colore rosso cupo e staccata dal bigio sasso del monte che le stava di schiena; il vessillo Mediceo che le sventolava alla cima scorto dalle acque e dagli erti vertici dei monti più discosti, appariva formidabile e minaccevole insegna. Così negli adusti piani del Nilo una tenda che s'innalza alla sommità di colossale granito indica da lungi alle moresche carovane l'asilo dell'errante Beduino terrore del deserto.
Il baluardo del Forte Gian Giacomo stava congiunto ad essa torre per oltre un terzo di sua altezza; e quivi vedevasi nella torre praticata un'angusta porta, a forma d'un foro quadrato, da cui s'aveva accesso al bastione medesimo. Presso la torre esisteva nel baluardo una casamatta, ossia andito interno, in cui si scendeva per ristretta ed oscura scala esattamente coperta, dalla quale pervenivasi alle stanze del Castellano che aveva fatta costruire quella secreta comunicazione colle mura a fine d'avere una uscita incognita dal proprio alloggiamento per recarsi imprevedutamente ad invigilare il Castello, e nei tempi d'assedio sorprendere all'improvviso le guardie del vallo per costringerle a continua gelosa custodia del posto affidato.
Per far coperchio alla scala della casamatta s'era costrutta una picciola vôlta con una rotonda apertura chiusa da grossa tavola, su cui essendosi postata terra ed erba, pareva un naturale rialzo del suolo cagionato da una larga pietra ivi sepolta; e siccome tal rialzo trovavasi tra il muro della torre e le ferritoie del baluardo, porgeva un comodo sedile a chi inosservato avesse voluto contemplare il castello o il vastissimo prospetto d'intorno. La veduta che di là si presentava, era, per vero dire, incantevole, ed offriva un ampio svariato quadro di grandioso aspetto e di energiche tinte tutte d'un particolare e pronunciato carattere, in somma armonia coi sentimenti vigorosi e profondi, sebbene rozzi, degli uomini di quella età, a noi in certo modo rappresentati ancora dalle impressioni che ci lasciano il racconto degli avvenimenti e la vista degli edificii, e di presso che tutte le opere d'arte e d'ingegno di quell'epoca a noi pervenute.
Lo sguardo da quella sommità scendendo d'una in altra delle turrite Rocche del Castello perveniva al piano del lago, le cui acque stendevansi alla vista per circa trenta miglia di lungo, ed ove quattro, ove sei in larghezza, riflettendo come vasto specchio la vôlta del cielo, e capovolti li paesetti della sponda e le montagne di cui si spianano al piede. Mirando dal baluardo al di là del lago, vedevansi di fronte i due monti Legnoni, immani fratelli che s'innalzano a piramide, il maggiore de' quali mostra il capo presso che sempre cinto da una corona di nubi: sui loro gioghi aspri e selvosi abitati dagli orsi scorgevansi le solitarie chiesette di Santa Elisabetta e di San Siro. Al loro destro fianco penetrava la vista pel pian di Colico nella bassa parte della Valtellina rigata dall'Adda, fiume che s'ha l'aspetto di lucida striscia che mette capo nel lago. Nel settentrione a ridosso di cento culmini di monti minori conformati a scaglioni torreggiavano all'occhio le dirupate creste delle Alpi perpetuamente biancheggianti di neve, le quali come un candido muro sembrano invano quivi sorgere insuperabili. Abbassando lo sguardo a sinistra vedevasi il piano di Domaso protendersi verdeggiante nel lago, separato per un golfo da quello di Gravedona, che interciso da seni e da torrenti, fra cui primeggia l'Albano, si stende sino a Dongo, la terra più prossima da quel lato al Castello, sui tetti dei cui casolari miravasi da questo quasi a piombo guardando pel pendío mancino. Dalle spalle presentavasi immediatamente il sasso della rupe, e l'occhio dal fondo del taglio che ne disgiungeva quel Forte sino alla punta detta della Croce, che ne era il ciglione, non aveva che l'aspetto della nuda cinericcia balza. Presso il lago da destra mostravasi la popolosa Musso coi molti suoi fabbricati, tra cui spiccavano le chiese, i conventi, la zecca, l'arsenale, e le torri che munivano il ponte sul Carlazzo. Nel colle ad essa superiore vedevansi Croda, Terza, Campagnano, sparse fra altre picciole Terre, e più sull'alto nel monte distinguevansi la Bocca di San-Bernardo e le punte di Palù. Lasciando poscia scorrere la vista su quella costiera di mezzodì, miravasi il suo lembo variamente frastagliato dalle acque, ed i poggi e i valloni ricchi di selve, d'ulivi e di verdi pascoli succedersi gradatamente sin là ove si nascondevano all'occhio dietro il dosso del monte che s'avanza formando la punta di Rezzonico, del di cui antico e già potente Castello le torri e le mura distintamente apparivano.